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Tempo del disco da “pandemia” per Mr E, aka Mark Oliver Everett, aka Eels. Dopo quello uscito durante il lockdown, ma scritto poco prima, l’istrionico menestrello americano torna sulla scene con un album più rockettaro, urgente, alla fine un po’ deludente. Intendiamoci, le caratteristiche che nel tempo hanno portato alla definizione del personaggio-Eels sono ancora perfettamente in gioco in questo nuovo Extreme Witchcraft: timidezza un po’ fuori luogo, la giusta dose di goffaggine, la voglia, quasi la necessità, di fare uscire questi brani il più in fretta possibile come se la penna scalpitasse e la chitarra scoppiasse di energia. Il tutto, come al solito, confezionato come solo un cantautore d’esperienza sa fare: tocco classic pop immacolato, virate repentine verso il rockabilly, umorismo acido, idiosincrasie romantiche profanate dalla poetica instabilità degli arrangiamenti jazzistici. È inutile stare qui a ripetere che l’apporto che gli Eels hanno dato al cantauto-rock è unico e prezioso, tanto più se si fa lo sforzo di entrare nell’intimità dei testi, nella spiazzante semplicità poetica della firma di E.

Semmai, è lecito aspettarsi, disco dopo disco (Extreme Witchcraft è il loro quattordicesimo), qualcosa in più rispetto al compitino ben fatto. Questo lavoro ci prova, affrontando il crinale più garage-rock della carriera degli Eels, quello che gravita intorno a dischi come Shootenanny e Souljacker, quest’ultimo non a caso prodotto dallo stesso John Parish che troviamo anche ora dietro al mixer. Si tratta di un disco “pandemico”, dicevamo, un po’ per il suo processo di produzione, che ha visto Parish e E lavorare a distanza, un po’ per il contenuto oscuro, che il personaggio E snocciola brano dopo brano, riproponendo quel gioco fra realtà e finzione letteraria che ha caratterizzato la sua carriera. Nel singolo Good Night On Earth si scherza tirando in ballo una scena di Love Actually, in cui Colin Firth dice «I can’t stand eels (= anguille)», mentre E intona una ninnananna retro-garage tutta shocking blues e chitarre fuzzate. La prima metà del disco, in maniera più che convincente, spinge sull’acceleratore delle chitarre elettriche e delle atmosfere fra urban e psichedelia. Amateur Hour ha l’approccio punk di un brano di PJ Harvey (non a caso Parish è il suo braccio destro), Strawberry And Popcorn allude alla libertà post-divorzio (il secondo per E) attraverso un pop bambinesco che ben si addice alla tematica del brano («If I wanna eat some strawberries / And popcorn for dinner /Well it’s up to me»), Steam Engine aggiunge all’album un po’ di sano e fumoso blues metropolitano.

Tuttavia, da Stumbling Bee (un eccentrico tentativo di ricreare l’atmosfera malinconica del glockenspiel pop delle origini) in poi, il disco perde d’intensità, i brani cominciano a risultare poco convincenti, Mr E sembra non trovare più la direzione. Si passa dalla poco originale The Magic (un lamento blues da vecchio rocker attempato) al soul triste di So Anyway, che se non altro ci ricorda le doti vocali del Nostro; dal velvet blues estremamente radio-friendly di I Know You’re Right al grunge in verve (auto)ironica alla Beck di Grandfather Clock Strikes Twelve e Better Live Through Desperation.

Forse la chiave di volta per capire e anche salvare Extreme Witchcraft sta nella perfetta e crudele sincerità di brani pop come Learning While I Lose («Yesterday’s another day / I wish it’d gone another way»rappresenta un po’ il sentimento collettivo di questi tempi strani che viviamo) e What It Isn’t, quest’ultimo colorato dalla tinte di Beatles e Beach Boys, che nel ritornello si trasformano in uno schizofrenico urlo di dolore, chiudendo il lucchetto dell’anima e buttandolo via.

Gli Eels si amano per la loro capacità di creare poesia attraverso melodie di una semplicità assoluta, per la loro dimestichezza nel masticare i linguaggi del cuore e farli suonare estremamente agrodolci. Extreme Witchcraft è un disco che riesce a replicare quest’incantesimo solo a metà, perdendo qualche colpo sul finale, ma tornando a puntualizzare la bellezza della penna di Mr E.

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