Recensioni

Il tour mondiale seguito alla pubblicazione di The Cautionary Tales of Mark Oliver Everett fu molto particolare per diversi aspetti, non soltanto musicali. Ad esempio – e soprattutto – perché il Mr. E che vedemmo sul palco sembrò avere fatto pace con tutte le irrequietezze del passato, consegnandosi ad una dimensione da entertainer ben dentro il solco della tradizione USA, compreso l’atteggiamento in bilico tra goliardia e coolness. A tal fine la band fu strutturata a quintetto dalle palpabili attitudini swing. Ad accompagnare Mark, quattro musicisti coi fiocchi, azzimati, mediamente barbuti e col moniker di prammatica, nella fattispecie P-Boo (chitarra e tromba), Royal Al (contrabbasso), The Chet (chitarre) e l’ottimo percussionista Knuckles.
Le scalette non a caso incastonarono il repertorio degli Eels tra classici del canzoniere a stelle e strisce come When You Wish Upon A Star e Can’t Help Falling in Love, più una commossa e commovente rilettura di Turn On Your Radio firmata Harry Nilsson. Alla Royal Albert Hall, la sera del 30 giugno 2014, tutto ciò raggiunse una sorta di apoteosi, compiendosi in una autocelebrazione che omaggiava il rito stesso dello spettacolo. Quello che sentiamo nei due CD e che possiamo vedere nel DVD – identica la scaletta – è un lungo, trepido, generoso consegnarsi degli Eels alla gloria effimera ma formidabile del palcoscenico.
Tra le 28 tracce bisogna sottolineare una Adressing The Royal Audience – nient’altro che un lungo cazzeggiare di E col pubblico – mentre i due pezzi del terzo bis (non certo a caso denominato “Phantom” Encore) sono Flyswatter e The Sound Of Fear suonate all’organo a canne del teatro con indosso naturalmente un bel mantello vampiresco ed un bel contorno di risata mefistofelica. Da vedere in particolare l’abbraccio – anzi: gli abbracci – che Mark dedica al pubblico, che letteralemente attraversa, in cui si immerge, e non capisci quanto voglia con ciò sinceramente ringraziare o irridere certe vanità da star e anche un po’ la propria presunta misantropia.
Tenendoci aderenti al versante musicale, diremo di una prima parte forse un po’ troppo lenta – dove spiccano Parallels e ovviamente It’s A Motherfucker – e di una parte centrale strepitosa, con la band che si esalta sulle più movimentate A Daisy Through Concrete e I Like Birds. Si esce da questa testimonianza audio/video come si usciva dal concerto: ammaliati ma anche un po’ immalinconiti, come se avessimo appena assistito alla dimostrazione (l’ennesima) di come ciò che è stato non possa mai tornare coi modi, la forza e il senso originali. E che il primo a saperlo, dietro la sua maschera beffarda, sia l’ineffabile Mr. E(verett).
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