Recensioni

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Forse ormai non ha più senso dirlo ma in certi casi non ci si può esimere. Sembra strano vivere l’uscita di un album di Mark Knopfler secondo l’odierna liturgia della musica liquida, vale a dire ascoltarsi in rete due, tre, quattro singoli condivisi in streaming a distanza di poche settimane l’uno dall’altro e poi cliccare sul disco nella sua interezza. Sembra strano perché è risaputo che coi suoi Dire Straits, all’inizio degli anni ’80, l’artista britannico fu tra coloro che seppero cavare il miglior rendimento dall’allora nuovo supporto fisico rappresentato dal CD. I DS erano la band perfetta per il CD, si diceva. Non è un caso che il primo compatto a superare il milione di copie vendute sia stato Brothers In Arms, nel 1985. Ora invece la musica prescinde dal supporto fisico e tant’è, però Knopfler è sempre Knopfler, tanto più che la sua nuova fatica in studio da solista è disponibile anche nel formato suddetto (cosa non scontata, al giorno d’oggi).

Dal Manzanarre al Reno, ma anche dal Tamigi alla Senna o dal Tevere al Danubio, e – perché no – dal Tago alla Sprea o dal Guadalquivir al Liffey. I fiumi come luoghi dell’anima, in ogni dove, in ogni quando. Anche Newcastle ne ha uno, il Tyne, un soul place quindi per Knopfler, che è vero è nato in Scozia ma nella città dei Magpies, la squadra di calcio inglese in cui militò il beniamino locale Alan Shearer, è cresciuto dall’età di sette anni. Un new-castellano in piena regola, dunque, che ora omaggia la sua città, le sue radici, con One Deep River, sua ultima fatica in studio, sulla cui copertina campeggia appunto il Tyne Bridge dove, pure lì, gli innamorati piazzano lucchetti per suggellare la loro unione, come a Ponte Milvio.

Ma parliamo anche di quando un cuore si spezza. Ogni volta che Knopfler se ne esce con un disco in solitaria è una coltellata al petto perché il primo pensiero – almeno per chi scrive – va sempre al fatto che poteva essere un disco dei Dire Straits. Poi vai a vedere chi erano mai questi Dire Straits (per dirla con gli Stadio) ed erano… Knopfler in persona. Si sa infatti che la band inglese era essenzialmente una sua creatura, e da Golden Heart (1996) in poi, forzandola un po’, ogni lavoro uscito a suo nome si potrebbe anche considerare come la continuazione di quell’avventura semplicemente sotto un altro alias, con molta più libertà e meno pressioni. Ce lo diciamo ogni volta, però tutte le volte tocca fare un attimo mente locale. Ristabilito l’ordine, si passa quindi all’ascolto.

Mark “ri-sogna” i suoi sogni d’adolescente in un lavoro dallo stile granitico che fornisce la solita prospettiva “altra”, silenziosa, laterale tipica del Nostro senza peraltro aggiungervi molto, sia perché, in fondo, non serve, che per il fatto che oggi l’uomo tranquillo del rock ha 75 anni e quindi di cambiare può, a ragione, non aver più voglia (se mai ne avesse avuta in passato). Il suo rosario di pubblicazioni in solo snocciola il decimo grano, a sua volta racchiudente dodici preghiere. Il tutto a sei anni di distanza dall’ultima confessione, Down The Road Wherever. Allora la strada, oggi il fiume a rappresentare l’eraclitiano concetto del tutto scorre, qui declinato in una taletiana accezione “acquatica”.

One Deep River è carico di vissuto, un vissuto lontano ma non sfocato nel ricordo né tantomeno abbandonato nello spirito, tanto da squadernare tutto il mitico campionario knopfleriano: la proverbiale commistione tra rock, folk e blues, il tono di voce caldo, profondo e intimista, le liriche poetiche e naturalmente la chitarra, fidata amica di una vita a tessere trame di un canto (per dirla alla Battiato). Mark giocherella con i suoni di una vita ed è sempre un bel sentire, dal country gaio e agrodolce del singolo apripista Ahead Of The Game, uptempo frizzante ma anche un po’ malinconico, dal fondo acustico, sul quale il musicista rilascia le sue proverbiali carezze alla sei corde infondendo anima con la sua voce sussurrata, a Watch Me Gone, più compassata, delicata e addolcita, se mai ve ne fosse bisogno, da cori femminili, fino a Two Pairs Of Hands, raffinatissima opening divertente e divertita sullo stile di alcune cose presenti su On Every Street ma in cui si ravvisano anche echi di Johnny Cash e naturalmente di J.J. Cale di cui il nostro è da sempre devoto. Questo per quanto riguarda i primi tre estratti.

Poi c’è il resto. Non mentono Smart Money, che per incedere e melodia potrebbe ricordare una Ticket To Heaven (dall’appena citata ultima prova targata DS), Scavengers Yard, dalle tinte noir, Black Tie Jobs, spiritual sotteso da archi, Tunnel 13, che rievoca fumi del tardo Cash, e Janine, dagli influssi springsteeniani. Dal canto loro, la straziante Sweeter Than The Rain e la sostenuta Before My Train Comes rispettano, anche nei titoli, topos rispettivamente del crooning e della musica “sudista” americani. Per non parlare di quel dittico finale, rallentato, toccante, rappresentato da This One’s Not Going To End Well e la title-track, che solo uno con gli attributi, e con la storia, di Knopfler poteva permettersi. Se questa non è la sua migliore prova solista, probabilmente è una seria candidata al podio. Si potrebbe obiettare che i suoi dischi siano tutti simili, cosa che peraltro non è vera, ma perché pretendere diversamente da lui. Bisogna per forza tagliarli, i ponti col passato?

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