Recensioni

Credo di aver conosciuto i Dire Straits assieme ai due principali rimproveri che da sempre vengono mossi nei loro confronti: il primo è che sarebbero (sono) fin troppo derivativi, così tanto da rischiare l’appropriazione culturale indebita o, al limite, la macchietta; il secondo – e peggiore – rimprovero riguarda il senso di obsolescenza che sembra, come dire, connaturato al loro linguaggio, quasi che intendessero vivacchiare in una comfort zone da mezza età fin dall’esordio. Quanto alla prima accusa, penso sia abbastanza incontestabile, per quanto non mi sembra che debbano scontare più debiti di quanto il rock non abbia contratto ben prima e assai dopo la loro venuta. Senza scordare poi come abbiano saputo comunque sviluppare un sound estremamente riconoscibile, soprattutto grazie alla chitarra (e alla voce) di Mark Knopfler. Quanto al secondo “peccato”, credo sia il caso di soffermarsi un attimo. Di ripartire dall’inizio.
La band prese forma a metà dei 70s proponendo una mistura di rock’n’roll venato country e blues nel circuito dei pub londinesi. A muovere i fratelli Knopfler, il bassista John Illsley e il batterista Pick Withers (quest’ultimo con un passato abbastanza importante nei The Primitives di Mal) pareva essere innanzitutto la voglia di allestire un sottofondo tanto suggestivo quanto divertente, nel quale la componente folk-blues – seppur mutuata in una sorta di fantasia western ad alto tasso cinematico – predominava tenendo ancorato il messaggio ad altezza d’uomo. In un certo senso, possiamo interpretare la proposta dei Dire Straits come un controcanto escapista tanto all’iconoclastia punk dominante quanto alla sua alternativa arty rappresentata dalla parimenti pervasiva new wave. Ne risultò un crescente successo di pubblico (a partire dal terzo album addirittura clamoroso) e la disistima imperitura proprio da parte di chi vedeva nel verbo di Pistols, Clash, Suicide, Television e via discorrendo il codice che avrebbe salvato le sorti del rock. Un’avversione che ancora oggi dura.
Penso tuttavia sia il caso di tenere presente quanto le schematizzazioni storiografiche siano solo necessarie approssimazioni. Nella realtà in ogni momento convivono, si sfiorano e sovrappongono situazioni diverse, ognuna diretta volente o nolente verso lo stesso domani. I Dire Straits insomma, che ci piaccia o meno, sono figli legittimi del loro tempo. Prendete ad esempio il nome della band, che tradotto vuol dire più o meno “gravi ristrettezze”: non sarà una delle ragioni sociali più punk che si possano immaginare, ma non ci va troppo lontano, o almeno sembra sgocciolare da quello stesso groviglio fradicio di irrequietezze e penuria (di futuro, in primis).
Detto questo, la loro comparsa sulla scena fu vissuta all’epoca con sollievo e persino con entusiasmo proprio dai reduci del folk-rock e persino di certo prog (ne ho conosciuti in tempo reale), quasi che per questo target di ascoltatori rappresentassero la risposta basale di cui avevano bisogno ma che non potevano accettare dal grado zero del punk. Di contro, e chiaramente, si guadagnarono l’immediata idiosincrasia da parte di chi invece aveva sposato di buon grado la causa di punk e new wave. So bene che storie “tribali” come queste non hanno più alcun senso oggi, ma all’epoca erano in grado di costituire forma e sostanza di vicende adolescenziali e oltre, andando a costituire linee di forza culturali più durevoli, profonde e diffuse di quanto non si possa credere. Dinamiche e dialettiche spesso contraddittorie che hanno segnato generazioni, soprattutto in quel laboratorio folle e spietato che sarebbero stati gli anni Ottanta. Ma vabbè, passiamo oltre.
Venendo alla musica, eccoci all’album d’esordio omonimo dei Dire Straits uscito nell’ottobre del ’78: periodo tragico che il quartetto britannico (con sede a Londra, anche se i Knopfler erano originari di Glasgow) volle sublimare inventandosi una dimensione epica. Fu un po’ come fondere il piombo di quegli anni per farne proiettili simbolici, vaganti in una specie di scenario post-western, tutto un gioco di astrazioni al sapor di celluloide condotte con un gradevole mix di entusiasmo e gravità. Lo stile del chitarrista-cantante-compositore si esalta tra le insidie bluesy di Six Blade Knife e quelle funky di Southbound Again, nella blandizie errebì di Lions (tipo gli Steely Dan in fregola Tom Petty), nelle latinerie languide di Water Of Love e in quelle smerigliate di Down To The Waterline, nel deserto carezzevole di Wild West End. Soprattutto, è ovvio, nella trascinante celebrazione di un mondo sul punto d’estinguersi (“…And an old guitar is all he can afford/When he gets up under the lights to play his thing“) di Sultans Of Swing, nella quale c’è tutta intera la loro poetica, né più né meno.
Col suo lirismo liquido e denso, dalla visionarietà pre-psichedelica, la chitarra di Knopfler sembra un archetipo rurale di Tom Verlaine, lo stilo di un sognatore che allestisce sogni senza additivi, trasformando cupezze & amarezze in un melò crepuscolare. Troppo caratterizzato per lasciare epigoni, il discorso dei Dire Straits si è sviluppato in direzioni sempre più potenti e accattivanti, ma è evaporato in una nuvola mainstream prima che sembrasse in grado di scrivere pagine davvero profonde. Un percorso così simile seppur così diverso nella sostanza a quello dei coevi Police.
In questo senso, il sodalizio stretto da Sting e Knopfler per la scrittura e l’interpretazione della celeberrima Money For Nothing – anno 1985 – assume l’aspetto di un paradigma. O di un punto di non ritorno, fate voi.
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