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Flaminia non è solo la storica via consolare romana ma anche il nome della protagonista e il titolo dell’esordio alla regia di Michela Giraud, comica di Comedy Central apparsa anche in una delle edizioni di LOL: Chi ride è fuori che questa commedia ha pure scritto e interpretato, «mettendoci tutta me stessa – ha detto – rischiando e giocandomi tutto subito». Evidentemente però le fiches a disposizione erano poche e se questo è il tutto della Giraud evidentemente non c’è da stare allegri per il prosieguo della sua carriera da cineasta.

Flaminia è una ragazza di Roma Nord che sta per sposarsi ma nella cui vita irrompe all’improvviso la sorellastra autistica. È un film sull’autismo, dunque? Non pretendevamo Dustin Hoffman e Tom Cruise ma in definitiva no, non è un film sull’autismo in senso stretto. È un film su Roma Nord, allora? Nemmeno, assicura l’autrice. Dunque cos’è Flaminia? Intanto l’omaggio al quadrante settentrionale della Capitale è evidente fin dal titolo che sì, è mutuato dalla statale che taglia in due Ponte Milvio, un «luogo dell’anima» (Giraud dixit) già discutibilmente raccontato a suo tempo da Federico Moccia, portato sullo schermo 20 anni fa da Luca Lucini, il quale sembrava aver messo il lucchetto (in tutti i sensi) al filone.

Sfortuna però che le chiavi le abbia ora trovate la Giraud, davanti alla quale perfino Tre metri sopra il cielo sembra un film di Fellini. Tra l’altro, sempre in tema Roma Nord, e visto che la sceneggiatura si sarebbe prestata (a un certo punto Ludovica, la sorella autistica di Flaminia interpretata dalla bravissima Rita Abela, viene rimandata dalla famiglia nella sua comunità), manca tra le citazioni un’istituzione come l’ex manicomio (oggi Parco) Santa Maria della Pietà, a Monte Mario, che pure Dino Risi annoverò nel suo seminale In nome del popolo italiano (1971). Proprio Risi disse una volta di Nanni Moretti: «Adesso spostati e fammi vedere il film». Pure qui c’è tanta, troppa, Giraud e poco del resto, e soprattutto niente risi anche nel senso di verbo in prima persona al passato remoto dopo che si sarà visto questo film.

Rita Abela e Michela Giraud in una scena di “Flaminia” (2024)

Anche la Flaminia è una via dell’anima, sorta di Route 66 della Roma “di sopra”, ma il mondo della Flaminia protagonista del film ha un’anima corrotta. Ci si sposa per calcolo economico, per scalare posizioni nella società. La ragazza è infatti promessa consorte di un rampollo dell’alta borghesia romana (interpretato da Edoardo Purgatori, figlio del giornalista scomparso l’anno scorso il quale nel film fa un cameo nei panni proprio del padre del ragazzo), il tutto per volere dei genitori (interpretati da Antonello Fassari e Lucrezia Lante della Rovere) i quali sono dei “burini arricchiti” che sgomitano per entrare nei circoli bene dove l’esteriorità è elevata a dogma sociale, a rinverdire (si fa per dire) la speculazione sulla dicotomia tra essere e apparire descritta anche da Rousseau: «Tutto non è che vana apparenza, per apprezzarla bisogna avere il cuore vuoto», scriveva il filosofo con riferimento alla Parigi del XVIII secolo.

Qui però l’essere è irrimediabilmente tarlato dall’apparire. Ecco, dunque: Flaminia potrebbe essere un film sul rampantismo sociale. E invece no, neanche quello. Non del tutto, perlomeno. Tanti vorrei, potrei, quanti buchi nell’acqua; tanti argomenti butta dentro la comica della Balduina, quanti non riesce a sviscerarne come Cristo comanda. «Puoi togliere una persona dalla stand-up comedy ma non la stand-up comedy da una persona», ha sentenziato la “saggia” Giraud, al solito foriera di quote sempiterne. Ora, da un termine come comedy ci si aspetterebbe quantomeno che iniettasse qualcosa di vicino al ridere, ma invece – come detto – Flaminia non suscita nemmeno l’ombra di un sorriso. Fa riflettere, allora? Sì, ma nel senso che l’unica a riflettersi è la vanesia protagonista che si bea di se stessa nei suoi eccessi egotici che la portano addirittura ad autocitarsi nel film (…) e a rimirarsi l’ombelico limitandosi a giocherellare con i cliché stranoti di Roma Nord (il tifo per la Lazio, il rugby, lo shopping nei negozi costosi, le amiche snob).

Unica nota positiva (?) è che nel film non compaiono i social, non vengono mai nominati proprio, e a un certo punto si vede anche un CD. Linguaggio e immaginario estetico sono “vecchi” nel senso nobile del termine e riflettono l’età raccontata dalla protagonista, la sua età, senza vergognarsene. Se non altro va riconosciuto alla 37enne artista di non giocare a fare la ciofane abbassandosi a ennesima tirapiedi della Generazione Z. Ma è troppo poco, anche solo per accontentarsi.

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