Recensioni

Novembre 1984. Dopo le sperimentazioni e gli accorpamenti quasi prog di Love Over Gold, album che a dispetto della lunghezza e della complessità dei suoi cinque brani è riuscito comunque a vendere dieci milioni di copie, i Dire Straits si ritrovano in studio (a Montserrat, nelle Piccole Antille, e poi a Londra e New York) per registrare la loro quinta fatica lunga. La formazione è profondamente rimasticata rispetto all’ultima volta, e se in plancia di comando è rimasto ovviamente il leader e fondatore Mark Knopfler, della line-up riportata sul disco del 1982 sono presenti solo Alan Clark alle tastiere e il fido John Illsey al basso, mentre Guy Fletcher subentra ai synth e Terry Williams come percussionista aggiuntivo, stranamente accreditato in qualità di membro della formazione ufficiale ma sostituito da un turnista per le parti principali di batteria. I turnisti, appunto. In Brothers In Arms Knopfler “esagera” chiamando a raccolta ben sette profili esterni, laddove in passato era stato molto più parco nell’”appaltare”. L’esito è scontato: un lavoro molto più partecipato, con un cameo addirittura di Sting nei cori di Money For Nothing, seconda traccia in scaletta nonché secondo estratto (dopo So Far Away) e una delle più grandi hit della discografia dei DS tutta. La festa però sarà di commiato, e dopo un tour di ben 248 date (compresa la partecipazione al Live Aid il 13 luglio 1985) il gruppo inglese darà l’addio alle scene per un lustro abbondante fino al fugace ritorno in studio del 1991 che frutterà On Every Street, l’album con Calling Elvis, a cui seguirà lo scioglimento, stavolta definitivo.
Che Knopfler sia a disagio sotto i riflettori non è un mistero. Il carattere è quello: schivo, poco incline al compromesso e ai sorrisi di facciata, avverso a preamboli e ghirigori, riluttante alle mode e ironico, per non dire sprezzante, nei confronti del music business (cosa che nel decennio dell’edonismo è una specie di bestemmia). E la musica della sua band, alla quale dona tutto se stesso a partire da testi decisamente uncool, è come un capo d’abbigliamento che il Nostro si cuce addosso con sapienza sartoriale ma con uno stile che bada al sodo e non si cura della manica strappata o della tasca scucita. Naturalmente c’è tutto Knopfler anche in Brothers In Arms, forse l’episodio più rimarchevole della sigla britannica e di sicuro uno dei più memorabili degli anni ’80, con quella copertina famosissima che, forse non a caso, richiama l’altrettanto leggendaria di Tubular Bells di Mike Oldfield.
La partecipazione, dicevamo. L’afflato collettivista è elevato al punto che due tra i riff più iconici dell’album, quello di tastiera nell’allegra Walk Of Life e quello di sax nella struggente Your Latest Trick, non sono direttamente ascrivibili al capitano bensì rispettivamente al succitato Clark e al jazzista americano Michael Brecker, uno degli ospiti del disco. Resta però Knopfler il centro di gravità: è lui che guida la missione, ma non si prende tutti i meriti e rifugge le celebrazioni, preferendo condividere gioie e dolori con i suoi Commilitoni.
Nonostante suoni più pop dei precedenti capitoli, Brothers In Arms è un manifesto e presenta tutto l’immaginario classico del collettivo londinese, dal folk al blues, al rock ‘n’ roll, splendidamente omaggiato nei suoi capisaldi classici proprio con Walk Of Life, che snocciola tutto il rosario di riferimenti a pietre miliari come I Got A Woman, Be-Bop-A-Lula, What’d I Say, My Sweet Lovin’ Woman e Mack The Knife, ed è l’unico pezzo gaio del lotto, infilato peraltro in extremis (vedi alle volte la fatalità) in una scaletta per il resto intrisa di malinconia. Una tristezza figlia anche dei tempi. Il disco esce in piena era thatcheriana e parla pure di guerra, vedasi la conclusiva e anti-militarista title-track, squassante e magniloquente ballad scritta nel 1982 (infatti lo stile è quello di Love Over Gold), ossia nell’anno dello scoppio del conflitto delle Falkland. Immaginiamo che anche Knopfler abbia goduto (magari da inglese non tanto, ma da artista sì) nel vedere Maradona segnare di mano all’Inghilterra al mondiale 1986. Del resto è lui a rivendicare la declinazione musicale della Mano de Dios, ammaliante slow hand degna erede di quella di Clapton. Forse non sarebbe cambiata la storia del rock se i Dire Straits fossero durati di più dei loro quindici anni di attività discografica (peraltro degnamente seguiti dalla carriera solista del leader), ma di sicuro il tramonto del genere sarebbe stato meno traumatico.
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