Quando i Dire Straits “chiamavano Elvis”, ma in casa non c’era nessuno
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Valerio Di Marco
- 15 Settembre 2021
«Chiamando Elvis, c’è qualcuno in casa?». E no, evidentemente non c’era nessuno quando i Dire Straits, reduci da un lungo periodo di inattività discografica – ma non di inattività tout-court dei suoi singoli membri, il leader e fondatore Mark Knopfler su tutti – decisero di tornare alla ribalta dando finalmente un seguito al fortunatissimo Brothers In Arms, pubblicato sei anni prima. Non c’era nessuno perché dopo On Every Street (e relativo tour), il loro sesto lavoro in studio, dato alle stampe trent’anni fa giusto in questi giorni, la band si sciolse definitivamente sull’onda della risaputa insofferenza del suo capitano nei confronti dell’enorme popolarità acquisita.
Tuttavia, quando a fine agosto il video del singolo apripista Calling Elvis iniziò ad andare in rotazione sulle TV musicali nessuno poteva immaginare che la carriera di una delle band inglesi più amate di sempre stesse per volgere al termine. Anche perché l’assaggio sembrava voler anticipare un cambio di rotta stilistico a beneficio di un sound più oscuro e sporco rispetto alle sonorità 80s leccate del predecessore, quasi un ritorno ai lezzi underground che avevano caratterizzato la prima fase di carriera. Inoltre, On Every Street avrebbe riportato in primo piano certe influenze roots, dal country al blues al rockabilly, dei Nostri, che la loro deriva pop/mainstream di metà anni Ottanta aveva un po‘ annacquato.
Una deriva – l’abbiamo detto – che Knopfler in primis tentò di arginare dopo il mastodontico tour di Brothers In Arms del 1985/’86 che aveva portato lui e i suoi a esibirsi anche al Live Aid. Il frontman, infatti, oltre a firmare la colonna sonora per i film La Storia Fantastica e Ultima fermata Brooklyn, negli anni successivi si allontanò dai riflettori privilegiando collaborazioni meno strombazzate (Bryan Ferry, Chet Atkins, Tina Turner, Sting, Ben E. King, Bob Dylan, Randy Newman ed Eric Clapton i partner più noti) e prendendo parte al collettivo alt/country informale Notting Hillbillies insieme ai suoi amici d’infanzia Steve Phillips e Brendan Croker.
Calling Elvis fu un pugno nello stomaco per i fan dei Dire Straits, anticipando – con le dovute differenze – di poche settimane la medesima mossa fatta dagli U2 con The Fly, singolo di lancio di Achtung Baby che avrebbe inaugurato la stagione “acida” di Bono & co.. A differenza dei quattro irlandesi, però, i DS non costruirono su quell’intuizione il riavvio della carriera; al contrario, si fermarono sul più bello proprio in virtù della voglia di defilarsi di chief Knopfler, deus ex machina del collettivo nonché unico membro della line-up, insieme al bassista John Illsley, ad aver attraversato tutta l’epopea della sigla nata nel 1977 (la formazione ha subito vari rimescolamenti nel corso degli anni e allo schieramento base si sono spesso aggiunti vari turnisti per gli spettacoli dal vivo. Ad esempio, per il tour di On Every Street, quello immortalato nel film-concerto On The Night pubblicato nel maggio 1993, sul palco c’erano ben nove elementi: quasi un’orchestra, o se vogliamo l’anticipo di una decina d’anni della mutualità inclusiva dei collettivi à la Broken Social Scene).
On Every Street arrivò più o meno in contemporanea con l’uscita di Ten e Nevermind, quelli che molti considerano gli album iniziatori del grunge. Non solo. Nel 1991 i ragazzi di ogni angolo del globo impazzivano per Guns N‘ Roses, Metallica e Iron Maiden, in un anno in cui uscì praticamente di tutto, da Use Your Illusion I & II e il Black Album dei primi due gruppi tra quelli appena citati a Screamadelica dei Primal Scream e Blood Sugar Sex Magik dei Red Hot Chili Peppers, passando per Loveless dei My Bloody Valentine, Blue Lines dei Massive Attack, Badmotorfinger dei Soundgarden, Out Of Time dei R.E.M. e Spiderland degli Slint, solo per citare quelli che vengono a memoria.
I Dire Straits in tutto questo passarono quasi sotto silenzio, benché alla fine On Every Street riuscirà a vendere i suoi bei 10 milioni di copie. Lo stile, del resto, era quello: sussurrato, gentile. Non c’era bisogno di urlare, e la formazione londinese lo aveva già dimostrato a inizio carriera, quando il suo piglio educato e carezzevole era riuscito a imporsi in piena ondata punk.
Anche Calling Elvis era educata ma sembrava provenire da qualche posto scavato negli inferi e aveva questa strana natura sospesa tra passato e futuro. Da un lato la rievocazione del Re del rock, con riferimenti sia sul lato musicale, con quel sapore country d’antan, che nel testo, con citazioni di brani resi celebri da The Pelvis (uno stralcio di strofa snocciolava nell’ordine: Heartbreak Hotel, Love Me Tender, Don‘t Be Cruel, Return To Sender e Treat Me Like A Fool); dall’altro lo sguardo in avanti, splendidamente rappresentato, nel clip promozionale, dalla regia fantascientifica di Gerry Anderson, lo storico inventore della supermarionation, la tecnica d’animazione basata sull’elettromeccanica e applicata a marionette che aveva reso celebre la sua serie televisiva degli anni ’60 Thunderbirds. Naturalmente, nel video di Calling Elvis i pupazzi protagonisti erano i membri del gruppo, e su tutti la rappresentazione animata di Knopfler con la sua leggendaria fascetta sulla fronte. Reale era invece l’attrice nel cui appartamento “atterrava” l’astronave mandata dal cantante/chitarrista. La fotografia del video era tipicamente anni ’90, anche qui quasi ad anticipare l’intenzione del gruppo di entrare a gamba tesa nel nuovo decennio, sempre però con quel suo proverbiale modo schivo, se si considera che la band in carne ed ossa, nei quasi cinque minuti di filmato, non si vedeva mai (il che non era certo una novità per i DS). Ad aiutare Anderson nella realizzazione del cortometraggio, ma anche a fornirgli l’idea, c’era il filmmaker irlandese Steve Barron, che per il gruppo aveva già diretto Money For Nothing ma al suo attivo aveva anche la firma su titoli eccellenti come Billie Jean di Michael Jackson, Summer Of ’69 e Run To You di Bryan Adams, ma soprattutto su quello che era forse il videoclip per antonomasia: Take On Me degli A-ha.
Per quanto riguarda la canzone, poi, anche una piccola nota di colore: il breve assolo di chitarra posto a metà, nel 1995 sarà ripreso pari pari da Zucchero nel suo brano Per Colpa Di Chi?, estratto dall’album Spirito DiVino, dando così inizio alla fase delle “scopiazzature” del cantautore emiliano culminata nella famosa querelle con il meno noto collega Michele Pecora riguardo a Blu.
«Calling Elvis, is anybody home / Calling Elvis, I’m here all alone / Did he leave the building / Or can he come to the phone / Calling Elvis, I’m here all alone». Il testo narrava di un fan di Elvis che tentava di mettersi in contatto con il suo beniamino ed era una metafora dell’incomunicabilità tra gli esseri umani. Rogerwatersiano a modo suo, Knopfler, con quel modo affatto cerebrale seppur deluso da una mancata risposta. Una risposta cercata nel passato, quando ormai il passato aveva abbandonato l’edificio.
Come detto, dopo On Every Street anche Knopfler abbandonerà metaforicamente la casa – troppo grande e sfarzosa per lui – che gli dava riparo da una quindicina d’anni, quel marchio con cui aveva raggiunto la notorietà planetaria, e dal 1995 inizierà a girovagare per conto in una dimensione più a misura d’uomo. Oggi la sua carriera solista ha ampiamente superato, per quantità di lavori prodotti, la discografia della casa madre, ma forse i suoi lavori in solitaria possono considerarsi come tanti piccoli album dei Dire Straits, o se vogliamo i Dire Straits come li avrebbe sempre voluti lui: semplici e di poche parole.
