Recensioni
Mark Blake
Pink Floyd. Pigs might fly: la vera storia
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Stefano Solventi
- 4 Novembre 2025

Qualche anno fa Timothy Morton ha regalato al mondo una definizione di “iperoggetto” che lo avrebbe reso uno dei lemmi emblematici di questi strani giorni. Volendo riassumere in pochissime parole, reciterebbe così: un oggetto o un evento tanto esteso e complesso in senso spaziale e temporale da renderlo sostanzialmente non esperibile. Qualcosa insomma che è troppo per il nostro apparato percettivo, emotivo e intellettivo. Morton sostiene di avere coniato il termine ispirandosi alla celebre Hyper-Ballad di Björk: del resto, il filosofo inglese è un esponente della generazione X, ci sta che nel ‘96 sia rimasto impallinato dalle evoluzioni della musicista islandese (come è capitato, va da sé, anche al sottoscritto). Fosse nato tre decenni prima, probabilmente avrebbe avuto altri riferimenti musicali e oggi il nostro vocabolario da aspiranti apocalittici potrebbe basarsi su fonti assai diverse. Ad esempio: quale band può ambire allo status di iperoggetto più dei Pink Floyd?
Nel loro caso, la scala di grandezza è, beh, fuori scala sotto molti punti di vista: enormemente seminali, popolarità che attraversa le generazioni, dati di vendita milionari (basti pensare che hanno recentemente ceduto il catalogo musicale a Sony Music per la modica cifra di circa 400 milioni di dollari). Quanto a complessità, stiamo parlando di un gruppo che ha vissuto almeno quattro fasi diverse, dando vita a una sorta di saga condita da enigmi, fuoriuscite, defezioni, litigi furibondi, insulti sparsi a mezzo stampa e riappacificazioni tanto clamorose quanto effimere. Roba che al confronto le scaramucce degli Oasis sembrano quelle di due adolescenti che si contendono la play. Senza contare che nel caso di Syd Barrett – al tempo stesso tra i fondatori della band ma anche presenza fugace – parliamo di uno dei geni più misteriosi e influenti della storia del rock.
Credo che sia opportuno insomma porsi la domanda: di cosa parliamo quando parliamo dei Pink Floyd? Pubblicata originariamente nel 2011, Pink Floyd. Pigs might fly: la vera storia è una biografia che intende illuminare ogni aspetto della vicenda. L’autore, lo scrittore e giornalista inglese Mark Blake, regola la profondità di dettaglio a un livello quasi maniacale pur riuscendo a non scadere in modalità fan, ma soprattutto mantiene una neutralità nell’approccio che conferisce alla scrittura un solido senso di autorevolezza, pur concedendosi spesso e volentieri quel tipico taglio british che condisce a dovere la lettura.
Ovviamente non sto a dire qui di cosa parla il libro, presupponendo che chi frequenta queste pagine abbia un’idea seppur vaga di cosa siano (stati) i Floyd, tanto sul versante discografico quanto su quello biografico. Mi sembra il caso tuttavia di ribadire che, qualunque sia il livello di conoscenza della materia, queste oltre quattrocento pagine sono un buon modo per dare una pettinata a nozioni, convinzioni, impressioni e idee che nel tempo (e qui si parla di molto tempo) potrebbero avere dato vita a concezioni distorte o comunque dovute più a certe proprie inclinazioni che agli effettivi svolgimenti (e ai contesti) storici. Tutto ciò chiaramente al netto degli eventuali errori commessi da Blake nella sua ricostruzione: ma il punto è proprio l’attendibilità che emerge dal suo equilibrio nonché dall’impressionante mole di fonti tirate in ballo, corroborate da interviste ad hoc a membri della band, collaboratori vari, familiari e conoscenti.
Quindi, esaudita una rapida ma accurata descrizione di chi fossero e da dove provenissero Barrett, Waters, Wright e Mason (più Gilmour), pennellato con efficacia il quadro di Londra in generale e di Cambridge in particolare nel periodo post-bellico in cui quei ragazzi si trovarono a crescere, stabilita una linea narrativa forte nel comune trauma dovuto alla scomparsa dei padri in Waters e Barrett, la narrazione si avvia macinando fatti come onde che via via si allargano. Personalmente, non posso fare a meno di provare un senso di incredulità ogni volta che in una biografia mi imbatto nella vaghezza e precarietà dei primi passi: nel caso specifico, gli albori dei Floyd – raccontati nel dettaglio anche su queste pagine – sembrano consumarsi in una nebbia di intenti dovuti alla personalità proteiforme di Syd, a un amore per il blues (a cui notoriamente si deve il nome della band, sorta di omaggio ai bluesman Pink Anderson e Floyd Council) che inizialmente concede pochissimo margine alle pazzesche evoluzioni che caratterizzeranno l’esordio The Piper At The Gates of Dawn. Poi, vabbè, gli acidi, la psichedelia. L’UFO Club, che poi altro non era che il Blarney Club, un locale di musica da ballo irlandese (!) in cui Joe Boyd e John Hopkins decisero di organizzare alcune serate speciali… Tanto per avere una minima idea di quel che accadeva in quei frangenti, ecco un passaggio:
Sul palco si esibivano illuminati dai faretti fatti in casa e dalle immagini che scivolavano sul fondale alle loro spalle: le ombre proiettate sulla band aggiungevano un tocco di misticismo. I riff astratti della chitarra di Syd si scontravano con le tastiere dal suono ultraterreno di Richard Wright. Roger Waters, chino e distaccato, regalava un basso martellante per sostenere quel frastuono, e qualche urlo empio quando l’atmosfera lo richiedeva. Una sera, Joe Boyd ricorda di aver visto un Pete Townshend che incespicava, accovacciato ai lati del palco: indicava Waters e sosteneva che il bassista dei Floyd “hlo avrebbe ingoiato”
Una situazione così precaria, eppure capace di costituire un’esperienza sonora dirompente. Tutto sembrava compiersi senza alcuna pretesa di permanenza e solidità. Ciò che valeva innanzitutto per Syd, refrattario a qualunque ipotesi di standardizzazione del proprio linguaggio. In studio poi – e parliamo dello Studio Tre di Abbey Road – semplicemente ignorava le indicazioni del produttore Norman Smith, il quale candidamente ha poi ammesso: “con Syd alla fine ho capito che stavo perdendo tempo”. Lo stesso Smith concede un’altra chicca assai curiosa ed emblematica a proposito di uno dei capolavori di quel primo periodo, la formidabile See Emily Play: “non piaceva a Syd. In effetti, non credo che fosse felice di registrare singoli, in generale”.
Già solo questa prima parte, comprenderete, vale il prezzo. Il resto è un precipitare orizzontale vorticoso. Fuori il diamante pazzo, dentro il guitar hero Gilmour. Seguono album che definiscono la “floydità” nel senso di uno psych-blues immaginifico, per alcuni versi progressivo e per altri cosmico, con le tastiere di Wright sensibilmente più centrali. Quindi emerge Waters, l’album si fa concetto, racconto, il perno un’ossessione ombelicale dalle molte sfaccettature e dalla tensione febbricitante. I Floyd diventano sempre più una sua creatura. Non senza contrasti, ovviamente:
Per Waters, il problema erano gli altri. “C’è sempre stata una grande battaglia interna tra musicisti e architetti”, ha ammesso. “Nick e io eravamo relegati in una posizione di inferiorità: eravamo gli architetti, guardati dall’alto in basso da Rick e Dave, che erano i musicisti”
Infine, The Final Cut, l’implosione dei Floyd, Waters che se ne va convinto di portarsi via tutto. Ma come sappiamo il nuovo corso a trazione Gilmour sarà in grado di portare avanti la “grande, vecchia bestia” riuscendo a tenere testa al “buco a forma di Waters nella band”. I lavori gilmouriani – A Momentary Lapse Of Reason e The Division Bell – saranno i più accomodanti e meno avventurosi della loro discografia, Waters li disprezzerà col massimo dell’asprezza, ma daranno la stura a tour mondiali di enorme successo, veri e propri modelli per il gigantismo dei live contemporanei. Quanto alla musica, il libro riporta una dichiarazione che oserei dire emblematica del bassista Guy Pratt (il sostituto di Waters):
Alcuni dei musicisti più giovani, senza fare nomi, non riuscivano ad accettare il fatto che non ci fosse un numero fisso di battute. Bisognava semplicemente sentirlo, capire istintivamente il momento giusto. David amava scherzarci su: il problema dei musicisti di oggi è che non sanno come ci si disintegra
È questo forse il passaggio che più mi ha colpito: dopo il Dark Side, Wish You Were Here, Animals e The Wall, col conseguente approdo a una statura epocale, al suonare ogni sera per decine di migliaia di spettatori bramosi di assistere al manifestarsi di una leggenda che divora la dimensione artistica e umana, malgrado tutto ciò i Pink Floyd continuavano a coltivare il senso di una musica che eccedeva e sovrastava (al limite persino annichiliva) il musicista. Se sia lecito o meno credere che fosse davvero così, è materia sottile, meglio lasciare l’ultima parola al giudizio personale (quanto a me, credo che sì, ci sia qualcosa di vero: una postura espressiva che proviene da un buio incommensurabile, da acque ghiacciate sotterranee, in profondità nelle onde ondeggianti, nei labirinti delle grotte coralline, eccetera).
Di certo i Floyd sono tutto ciò che si può odiare – John Lydon docet – e adorare nel rock: lo sconvolgente e il monumentale, l’ingegneristico e l’imprevedibile, il destrutturato e il cliché. Così grandi e stratificati da non riuscire a pensarli con un pensiero solo. Eppure, possiamo davvero permetterci di non pensare i Pink Floyd? Un libro come questo può rivelarsi una specie di navigatore per non perdersi troppo in questo fiume infinito.
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