Recensioni

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Non si trattava di ottenere il migliore suono di chitarra, te lo puoi scordare! Ma di provare ad aiutare Syd in qualunque modo potessimo. Era questione di entrare in studio e di riuscire a farlo cantare.
Richard Wright

Gli insetti volanti. Le formiche. Che campeggiano sulla copertina, opera sua che risale ai tempi della scuola d’arte di Cambridge. Offrono l’idea di quello che Barrett poteva sentire ronzare nella testa nel 1970, oramai lontano dai Pink Floyd, chiesa del cui culto aveva steso la prima pietra. Lontano dai Floyd e dal mondo intero, chiuso in uno tutto suo, nella sua testa, dove il frusciare delle ali di insetti si mischiava al feedback degli amplificatori e al sibilo delle comete che aveva cavalcato percorrendo il cielo della psichedelia inglese pionieristica e più pura. Dopo The Madcap Laughs, un primo tribolato album che aveva comunque soddisfatto le esigenze di vendita della label, la EMI diede il via per un secondo lavoro, che fu completato in sei mesi non solo per le precarie condizioni di Barrett, ma anche per gli impegni che David Gilmour e Richard Wright – produttori del disco e backing band insieme a Willie Wilson alle percussioni e al batterista degli Humble Pie, Jerry Shirley – avevano con il loro gruppo quanto mai lanciato verso il successo planetario.

Barrett, il disco, è una foto di quello che Barrett il musicista era in grado di fare in quel momento all’interno di uno studio di registrazione, impegnato a suonare e ricordare le parole da cantare e contemporaneamente attento a non mettere un piede in fallo sulla scala della perdita di coscienza che l’avrebbe precipitato in fondo troppo in fretta. Richard Wright a distanza di molti anni, nel 1996, dichiarò che registrare quel disco fu interessante ma molto difficile. Ciononostante, in un clima di precarietà diffusa e di imprevedibili black-out mentali del suo autore, Barrett è un disco che a decenni di distanza – fu pubblicato il 14 novembre 1970 – profonde un’aura di umana nostalgia e lascia – il naive impreziosito dal rigurgito dal genio incagliato che a sprazzi si rimette in moto – un punto interrogativo.

Tra gli approcci stralunati di Barrett – diranno gli agiografi inveterati – o distratti – diranno gli scettici scevri da facile romanticismo – e il lavoro di addobbo e rattoppo del tastierista e del chitarrista dei Floyd presente e futuro, il secondo e ultimo lavoro solista del “crazy diamond” in divenire è una raccolta di clip blues spuri (Baby Lemonade) o purissimi (Maisie), pop-rock (Love Song, Gigolo Aunt, una Waving My Arms in the Air / I Never Lied to You sulle ristampe seguenti divisa in due brani, e una Effervescing Elephant che rispolvera la predilezione per la letteratura infantile già evidenziata con i Floyd, in questo caso la raccolta di poesie Cautionary Tales for Children: Designed for the Admonition of Children between the ages of eight and fourteen years dello scrittore Hilaire Belloc) o sfumato-psichedelici (Dominoes, Rats, Wined And Dined, una Wolfpack che il musicista considerava una delle sue migliori composizioni), perfino folk-tinged (It Is Obvious).

Come riflesso del successo dei Floyd, negli anni successivi l’interesse per Syd Barrett riprende quota e genera l’inflazione di ristampe. La prima è un doppio vinile del 1974 che raccoglie The Madcap Laughs e Barrett sotto il titolo di Syd Barrett. Ne seguono altre nel 1993, stand alone o in box set, nel 2010 in versione rimasterizzata, e quattro canzoni (Baby Lemonade, Gigolo Aunt, Effervescing Elephant, e una Dominoes alla quale Gilmour aggiunge una traccia di basso) finiscono per irrobustire An Introduction to Syd Barrett, un’antologia la cui copertina è uno degli ultimi lavori di Storm Thorgerson, che morirà nel 2013, una delle eminenze grigie dello Studio Hipgnosis, che con le sue cover ha contribuito tanto all’insediarsi dell’immagine dei Pink Floyd nell’immaginario collettivo. Una messe di lavori che sono allo stesso tempo indice di amore per un genio (che si è) bruciato sul nascere e sintomo della slot machine discografica allo stato più puro (e basso) per lucrare su tutto, disgrazie in primis.

Arduo dare un giudizio, definitivo, su Barrett, un album nel quale è invischiato a fondo ma non completamente responsabile una icona del rock, un vero santino ma già ottenebrato, come il primo chitarrista dei Floyd, la scintilla che ha acceso la luce di un faro che brilla ancora con una intensità capace di illuminare la notte fino alla spazio siderale. Scende in campo insieme ai compagni, si estrania e commette un guaio in area: il fallo di mano c’è, è evidente, ma involontario. Difficile fare finta di niente, difficile fischiargli il rigore contro. Lui stesso ha commentato il disco così: «I brani registrati devono avere una certa qualità e in Madcap la raggiungono forse una o due volte, nell’altro lavoro solo un po’, appena un’eco. Nessuno di quei brani è molto di più». In un momento di estrema lucidità, Syd è stato onesto. Onore a lui.

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