Recensioni

Già per come si presentano sembrano avere il biglietto da visita ideale per finire sotto la lente di NME – e infatti ci sono puntualmente finiti – e non a caso erano una delle band One To Watch del Guardian già nel 2024. Sono i Man/Woman/Chainsaw, ennesima emanazione South London di quel centro nevralgico creativo che è stato il Windmill. Parliamo di un collettivo nutrito, un sestetto sulla falsariga dei Black Country, New Road, non a caso citati tra le influenze dai diretti interessati assieme ai Black Midi. Va da sé che siamo ben oltre la facile etichetta-stampino del post-punk revival: anche da queste parti, vari e abbondanti, troviamo gli archi e un portato folky che s’inserisce di sguincio tra abrasività chitarristiche e aperture melodiche. Una certa teatralità è il minimo che ci possiamo aspettare da questo atteso esordio, tra le cui fila annovera Seth Evans, già collaboratore di Black Midi e Geordie Greep.
Il mese scorso sotto la lente c’erano finiti i Mary In The Junkyard, altra emanazione dello stesso “giro”, le cui affinità con il loro ottimo esordio sono più che le divergenze. Come del resto accade in buona parte della musica della Gen Z, anche qui si spazia molto, con il filo conduttore da non ricercarsi nella forma quanto nelle storie raccontate. Sono undici canzoni no fillers ma neanche killers queste di Cannonball, che per chi se lo stesse chiedendo nulla c’entrano con l’omonimo brano delle Breeders. Alle hit da radio alternativa, e all’energia grezza e alle cascate di suono dell’EP Eazy Peazy, si preferisce la fragranza di un impasto dalla marcata componente folky, costantemente attraversata da elettricità indie.
Per i ragazzi non è più tempo di farlo strano per il gusto di farlo. E lo si nota innanzitutto quando un riferimento possibile diventa Constellation: un suono da collettivo è quel che ascoltiamo in Nosedive e Canyons, ma senza strafare, anzi depistandolo ogni volta. Per esempio con del vaudeville à la Jarvis Cocker o Libertines di Flick of the Wrist, dove le chitarre si sentono forte e chiare, vuoi in assetto cow-punk (Goddamn, Lizard Man!), vuoi in modalità grunge seattleiano, sempre con dei bei bassi ribassati (The Thing). E proprio in Goddamn, Lizard Man! affiora anche una vocalità più teatrale e scura, con Billy Ward invitato dal produttore Margo Broom a tirare fuori il proprio Nick Cave interiore. Sull’altro lato dello spettro ci sono le ballad (Still Angry), anche piuttosto classiche, con il piano in primo piano (Lighter, Canyons), fino ad altre rivisitazioni, ancora una volta carenate sui Black Country, New Road, come Only Girl.
Eppure, dietro questa dispersione di forme, le canzoni finiscono per parlarsi più di quanto sembri. Quasi ogni brano mette a fuoco una diversa sfumatura delle relazioni: il desiderio di esclusività di Only Girl, l’attrazione per una figura manipolatoria in Goddamn, Lizard Man!, il bisogno di sentirsi al sicuro senza rinunciare alla propria libertà in Nosedive. C’è il gioco di seduzione e di potere di Get Up And Dance, la rabbia che non si è ancora consumata di Still Angry, fino alla delusione di Something Else To Give, dove il dare tutto per qualcuno che non restituisce altrettanto diventa il punto di arrivo.
Non è un concept album, né serve ricavarne a forza una trama unitaria: è piuttosto un piccolo catalogo di infatuazioni, sbilanciamenti, risentimenti e vulnerabilità, con la scrittura che offre al disco quella continuità che gli arrangiamenti, per loro natura, sembrano continuamente mettere in discussione. Promossi, dunque.
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