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7.4

Che il momento sia confuso, l’avevamo capito, ma la realtà sa sempre come sorprenderci. Ants From Up There è il secondo album dei Black Country, New Road e, grazie a un esordio incensato dalla critica e con ottimi riscontri di pubblico, un po’ tutti, nel Regno Unito e non solo, lo stavamo aspettando. La stessa band si diceva entusiasta del disco e pronta per un tour di supporto, oltre a dichiarare il suo amore per «ogni singolo momento» dei nuovi brani. Ma poi, all’improvviso, ecco una nota a firma del cantante Isaac Woods che confessa di essersi sentito «triste e impaurito» negli ultimi mesi, annunciando la sua uscita dal gruppo. Tour sospeso con album in uscita, non il miglior preambolo per il seguito di For the First Time.

Ants From Up There immortala un gruppo che dal post punk del debutto spicca il volo verso nuove contaminazioni, verso una libertà che non è stata facile da ricercare con tutto l’hype di questo periodo e la situazione di Woods. Ma l’arte non segue le logiche del quotidiano e così i Black Country, New Road confezionano un disco imprevedibile, meno melodrammatico del precedente, più melodico sul fronte del cantato e vicino al formato canzone.

Nella cangiante apertura affidata a un’intro strumentale e a Chaos Space Marine, fiati in primo piano e cori riportano alla mente l’epico incedere di alcuni brani degli Arcade FireConcorde ha un tono sommesso che si trasforma in un finale potente, Bread Song è un lento crescendo che racconta dell’intimità quotidiana. Good Will Hunting si lascia trascinare in un’ultima parte muscolosa dopo avere messo in piazza sentimenti e ricordi su ambientazioni in stile Funeral. C’è la toccante Snow Globes in cui la batteria e le chitarre sembrano voler soffocare l’emotivo e straziante abbraccio accennato da Woods, un pianoforte e un violino. In realtà, tutto il disco sembra una preparazione alla conclusiva e teatrale Basketball Shoes, un caleidoscopio di sensazioni che, come un filo di Arianna, trasporta l’ascoltatore in un labirinto interiore dai contorni non definiti.

Nei Black Country, New Road l’euforia sembra essere a un millimetro dal collasso, i momenti corali paiono l’eco di soliloqui amletici. Ants From Up There ci consegna brani che intersecano la malinconia di Sufjan Stevens, la frenesia del collettivo canadese sopracitato, la semplicità sentimentale di Arthur Russell. Il secondo disco dei britannici è un dedalo della subcoscienza in cui rischiamo di perderci alla ricerca delle nostre stesse emozioni.

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