Recensioni

7.4

Dalle colonne sonore per i propri leggendari film a quelle per film meramente immaginari confluite negli album Lost Themes (il primo pubblicato e tuttora il primo da possedere), Lost Themes II, Lost Themes III: Alive After Death – a formalizzare l’assetto in trio con l’apporto del figlio Cody e del figlio acquisito Daniel Davies, già maggiormente orientato verso il rock rispetto ai suoi predecessori synth-based – e Lost Themes IV: Noir, che si ispirava appunto più nel mood che negli invariati esiti musicali al genere noir delimitando per la prima volta in maniera più specifica il summenzionato confine dei sogni.

Questo è stato il percorso del John Carpenter versione punk del sintetizzatore che, con Cathedral, rilancia con un progetto del tutto nuovo. Senza tenere in conto le due antologie in cui ha riproposto i classici della sua carriera e le soundtrack per la “nuova trilogia” di Halloween, trattasi del suo quinto album di inediti per Sacred Bones, composti per l’omonima graphic novel originale, scritta per la prima volta dallo stesso Carpenter assieme alla moglie e collaboratrice, la produttrice ed editor Sandy King, e allo sceneggiatore Sean Sobczak, stampata dall’editore americano Storm King Comics.

La storia è stata ispirata da un sogno – si torna inevitabilmente lì… – fatto dal regista americano un paio di anni fa, incentrato su una chiesa abbandonata nel centro di Los Angeles che si trasforma da edificio dimenticato in luogo di un incubo a occhi aperti, tra omicidi cruenti ed entità soprannaturali nascoste nelle catacombe. Dal noir ci si sposta così verso un immaginario prettamente gotico, in evidenza sin dall’artwork di copertina.

Ognuno dei quattordici brani in scaletta – quattro dei quali più brevi – corrisponde a una parte specifica del libro che attendiamo di visionare, per brani in media trainati al solito da synth e riff di chitarra volti però stavolta espressamente in direzione heavy metal, come preannunciato dal potente singolo-treno apripista Lord of the Underground e ribadito da episodi che addirittura sconfinano in grattugianti esplosioni blues come Elevator.

Nell’ombroso interplay tra corde e tasti, a volte di pianoforte, si va a lambire una terra di mezzo tra Metallica e Goblin anni 80, quelli magari di Phenomena, mentre la narrazione si muove tra un mondo dentro e uno fuori, come detto poc’anzi uno sopra e uno sotto. Ci sono poi archi che accrescono l’imponenza e la drammaticità della matrice misterica, come in Identity, e ombre che tornano a proiettare sagome prevalentemente elettroniche, come in The Ferryman. Avvincente anche la chiusura, con le sperimentazioni di Back To Ruins, la cavalcata percussiva di Revenge e la vibrante classicità di Resolution. L’avventura d’autore muta nella forma ma è come sempre garantita, perché in fondo se c’è una chiesa alla quale rivendichiamo di appartenere è quella dell’invincibile Master of Horror.

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