Recensioni
Mercury Rev
Deserter's Songs
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Edoardo Bridda
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Antonio Pancamo Puglia
- 30 Settembre 2025

Deserter’s Songs, quarto album dei Mercury Rev, segna l’inizio di una nuova fase e, allo stesso tempo, un punto di non ritorno nella loro carriera. Dopo, niente sarà più lo stesso: i membri fondatori Jimmy Chambers e Suzanne Thorpe, già vacillanti durante le session, abbandoneranno di lì a breve, lasciando il timone a Jonathan Donahue e Grasshopper, affiancati da un Dave Fridmann ormai pienamente calato nel ruolo di produttore. Se See You on the Other Side (1995) aveva mostrato una band in crisi creativa e umana, con il frontman in pieno collasso personale, il suo successore nasce come gesto di sopravvivenza: Donahue recupera i suoni dell’infanzia, dai dischi di fiabe Tale Spinners for Children alle orchestrazioni Disney, passando per Brian Wilson e Tin Pan Alley, trasformandoli in linfa vitale per una nuova estetica. L’album prende forma quasi senza aspettative commerciali, come un disco “per se stessi”, e finirà invece per diventare il manifesto che ha salvato i Mercury Rev dalla dissoluzione e li ha consegnati alla storia.
Abbandonato l’approccio noisy and goofy degli esordi, il suono dei Mercury Rev viene rifondato, portando in primo piano elementi fino ad allora secondari: archi, fiati, cori, melodie limpide e fragili che, nelle mani di Fridmann – vero co-compositore invisibile, a modellare riverberi, layering e dinamiche – si trasformano in un’orchestrazione tridimensionale capace di evocare il wall of sound spectoriano, filtrato però da ironia e delicatezza. Dal caos dei primi dischi si recupera quel poco di razionale che c’era, trasformandolo in un esperimento post-modernista: una riscrittura del pop orchestrale condotta con incoscienza visionaria, che guarda a Pet Sounds quanto alla tradizione americana incarnata da The Band, di cui non a caso Levon Helm e Garth Hudson sono ospiti d’eccezione nelle registrazioni. L’universo sonoro creato dai Rev è sospeso fra sogno e inquietudine, delicato e al contempo straniante, con una delicatezza straniante che richiama il cinema di Tim Burton: un’estetica di fiaba malinconica e grottesca, in cui figure fragili si muovono tra luci e ombre improvvise, come accade in Hudson Line o Opus 40.
I testi vibrano di immagini oniriche e di un desiderio costante di fuga, rielaborano il lutto dell’infanzia nell’età adulta e nella sua decadenza non solo fisica o sociale, ma psicologica e poetica. La parola “deserter” diventa cifra narrativa: abbandono, distacco, ricerca di un altrove. In Endlessly il sogno attraversa le strade cittadine come un flusso interminabile, tra echi interiori e apparizioni fugaci, oscillando tra partenza e ritorno senza fine, nelle sopracitate Hudson Line e Opus 40 la partenza si trasforma in canto romantico di esodo lungo la ferrovia che costeggia l’Hudson e dentro i paesaggi delle Catskills. In quest’ultima, il riferimento diretto al monumento di pietra Opus 40 realizzato da Harvey Fite si intreccia con la figura fragile di una donna che oscilla tra desiderio di resurrezione e cadute cicliche, “stuck on the rocks”, un naufragio esistenziale. La sua voce – “I’m alive, but I don’t know what it means” – racchiude l’ambiguità dell’intero disco: sopravvivere senza un senso, cercando redenzione in un dedalo di sogni sepolti intrecciati da linee dermatoglifiche. È in questa tensione che le canzoni dei Mercury Rev trovano la loro forza: nell’alternanza continua di caduta e risalita, di naufragio e riemersione, in cui la fragilità individuale diventa riflesso universale di smarrimento e ricerca di significato. È il caso di Goddess On A Hiway, scritta già nel 1989 e rimessa in circolo anni dopo, in cui la strada diventa corsa vertiginosa e la protagonista assume i tratti di una divinità, , frizionando sui temi di velocità e caducità. E ancora The Funny Bird, uno dei momenti più cupi, dove Donahue si interroga sul destino di una “band that never lands”, dove addio e malinconia si risolvono in un’accettazione dei contrasti – “I’ve come to love the highs and lows” – annullando le distanze tra bellezza e frustrazione.
Tutto questo prende forma in canzoni che oscillano fra il manifesto e la miniatura: l’apertura con Holes, dai primi echi di singing saw – una lama da sega suonata con l’arco che produce note eteree e sospese –all’architettura orchestrale piena, è un biglietto da visita sontuoso; I Collect Coins e Pick Up If You’re There sono bozzetti sospesi, carillon e fermo-immagini onirici. A emergere, oltre agli arrangiamenti di Fridmann, sono il falsetto fragile e lirico di Donahue e la chitarra psichedelica di Grasshopper, che in The Funny Bird si muove fra i Pink Floyd barrettiani e i Genesis più visionari. In chiusura, Delta Sun Bottleneck Stomp restituisce un’energia festosa e ironica, ma non nasconde il senso dell’addio (“waving goodbye, I’m not saying hello”), come se la festa fosse già intrisa di malinconia.
Non sorprende che all’uscita Deserter’s Songs sia stato eletto disco dell’anno da NME: la critica lo accolse come un classico istantaneo, e il tempo non ha fatto che consolidarne lo status. Giocando per un attimo a mettere a paragone i decenni, se OK Computer è stato per molti il Sgt. Pepper’s dei ’90, Deserter’s Songs non può che essere il Pet Sounds: un album che ha reinventato il linguaggio orchestrale del pop in chiave indie, aprendo la strada a Flaming Lips, Grandaddy e Arcade Fire. Più che un semplice punto di svolta, è un manifesto di sopravvivenza artistica: la dimostrazione che fragilità, sogno e memoria possono diventare materia sonora universale.
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