Recensioni

Che la stoffa ci sia – e che stoffa! – Geordie Greep lo ha ampiamente dimostrato coi suoi black midi, purtroppo scioltisi da poco e con inconsolabile dispiacere dei fan. Ma ribadirlo e alzare pure la posta, attestando di essere ben oltre un giovane musicista assai talentuoso e dalle abilità tecniche indiscutibili, questo no, nessuno se lo sarebbe aspettato. L’ex frontman del trio londinese è uscito infatti su disco con un esordio da solista stilisticamente gigantesco, assistito peraltro da un folto gruppo di musicisti (oltre 30), che si sono avvicendati – dandosi il cambio – nelle 11 tracce di questo neonato The New Sound.
Parliamo di un disco che presenta gli stessi ingredienti formali in quasi ogni traccia, ma legati e coniugati ogni volta in modo diverso, fino a ottenere in ciascun singolo brano un risultato organico e un’espressività persuasivi.
Un disco tutto sommato classicheggiante, che saccheggia a piene mani dalla tradizione – sia essa jazz, blues, rock – e che si appropria di salsa, bossa nova, ritmi latini in genere, fondendoli ora con sonorità e arrangiamenti tipicamente ’80, ora con incursioni coraggiose nei territori del noise, del math e dell’experimental rock.
Il gran lavoro di sperimentazione e di esplorazione che Greep ha svolto in questo suo primo album in solo sta appunto negli incastri eccellenti dei generi, nella sostanza polimorfa delle miscele sonore e nella loro certosina esecuzione. Non è tanto ciò che fa Geordie Greep in questo disco, ma è come lo fa a rendere The New Sound un disco vicinissimo alla soglia dell’inestimabile.
Si parte con Blues, prova ammirevole di perizia strumentale e interpretativa, che riprende chiaramente le sessioni ipercinetiche dei black midi, ma nei giri febbrili di chitarra e basso ci ricorda che la storia l’hanno fatta Adrian Belew e Tony Levin. Anche per Greep, anche per i tre giovani musicisti di Londra.
Terra ha tutta l’aria di un Gershwin in vesti brasiliane. Predominano la samba e le distese atmosfere latino-americane in questo che è il pezzo più piacevolmente ballabile di tutto l’album, con la sua ritmica sensuale e ammiccante, che invita a cedere alle note. Con Holy, Holy si torna all’ipercinesi e fin dall’intro rock del brano, che prosegue su un tappeto di piano, fiati e una sezione ritmica ben nutrita di elementi diversi, degno accompagnamento a un Greep in grandissimo spolvero vocale.
Non è da meno la titletrack The New Sound, una samba jazzata con inserti di prog seventies e funky psichedelico. Pezzo solo strumentale, è quello che si dice un piccolo capolavoro di fusion. Doppia paternità, invece, per Motorbike (firmato Geordie Greep e Seth Evans), che parte adagio, morbido e rassicurante anche grazie alla voce calda e spessa di Evans, ma che in un attimo diventa ossessivo, nella sua struttura reiterata a fare da scheletro per un coagulo di ripetitività sonora, percussività inarrestabile e fiati che premono fino allo stremo. Per capirci: sembra di sentire all’opera i GY!BE, gli Swans e i nostrani ZU. Tutti insieme, in uno stesso brano. Da godere a mille.
Con As If Waltz si cambia di nuovo registro. Glitch elettronici, accenni di musica classica, chitarra e batteria rock, chitarrina acustica che cita paesaggi da canzone popolare sudamericana, organetti francesi, clavicembalo, armonica e walzer: un potpourri di essenze niente affatto in simbiosi fra loro, ma così ben accordate da creare una fragranza trascinante e carica di suggestioni spazio-temporali.
Che cos’è, invece, The Magician, che si muove in crescendo cambiando texture sonora, spessore ritmico, velocità e arrivando a citare implicitamente persino i Genesis di Nursery Cryme nel corso dei suoi lunghi ma decisamente gradevoli 12 minuti? È una suite prog o una musical scene? Forse nessuna delle due, forse entrambe. O forse solo l’ennesimo esperimento di meticciato musicale di Geordie Greep, che aveva già suonato questo pezzo con i black midi.
Un finale inatteso – quasi il fotogramma di un redivivo Frank Sinatra sostenuto da una singolare sezioni di ottoni e un pianoforte discreto – chiude The New Sound, lo chiude con grazia malinconica e placa il turbinio di suoni messo in scena con le dieci tracce precedenti.
Non placa, però, la convinzione di trovarsi di fronte a un debutto che è una prova mastodontica, un ricercato lavoro musicale e narrativo insieme. La parte testuale, infatti, mette letteralmente in scena – sulla scena di questo album – una carrellata di tòpoi umani maschili i quali, più che descritti, sono interpretati dalla voce (spesso narrante) e dalla postura recitativa di Greep, abilissimo a modulare registro vocale, intonazioni, espressioni di questo e di quel personaggio caduto nel mirino della sua penna caustica e giudicante.
Niente forma-canzone, inutile dirlo, ma brani con testi sovrabbondanti, perlopiù alternanti strofa e coro a mo’ di tragedia greca, che raccontano di uomini patetici, delle loro esistenze mediocri, di dirigenti d’azienda che pagano per ottenere amore (“Senti ancora l’odore della sua figa / Mentre esamini i conti / Sfogli i libri contabili dell’azienda / Puoi dire di aver cavalcato l’onda del caso cieco / So che hai voglia di romanticismo / Un altro solitario dirigente stronzo / Il tipo che sa solo come pagare per toccare”). Ma anche di come sia impossibile ottenere sempre ciò che si desidera. Un florilegio di varia umanità decadente e decaduta, su cui Greep non si risparmia di lanciare i suoi strali aspri e disincantati. E una riflessione sulla vita, spesso amara.
È davvero un nuovo suono, quello di The New Sound. Nuovo rispetto alla produzione precedente con i black midi, che in parte GG riprende per ampliarla. Ma anche perché creativamente alternativo in confronto al fare musica in questi tempi di livellante omologazione. Una (prima) prova di forte impatto, un primo passo da solo, che trasfigura in un colpo Geordie Greep nell’apoteosi di sé stesso.
Benissimo, bravissimo, restiamo in attesa del bis.
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