Recensioni

7.3

Anni fa lessi un’intervista a Shabaka Hutchings in cui il musicista sosteneva che imporre un nome a qualcosa servirebbe a identificarlo, a renderlo docile. E si augurava che solo i musicisti avrebbero dovuto dare un nome alla propria arte, o meglio ancora, a rifiutarsi di darlo. Quella sì, sarebbe stata una conquista per tutti. Salvai quella frase nell’archivio storico della mia mente, quello pieno di citazioni famose che immancabilmente dimentico a chi collegare. Ma quell’espressione di dispiacere e sconforto da parte dello stregone inglese, da sempre alla ricerca di un fuoco sacro, mi è rimasta impressa come poche altre. E ho avuto modo di provarne la bontà quando ho messo per la prima volta in cuffia il nuovo disco di TYTO moniker dietro cui si cela il polistrumentista Beppe Scardino, dal titolo Ora è Ora.

Nel precedente album, Mirai, Scardino guardava al futuro mentre oggi decide di concentrarsi sul presente, ricercando una dimensione in cui si possa vivere l’hic et nunc senza crogiolarsi nella nostalgia di vite perdute o continui pensieri al domani. La memoria del futuro nasce dal racconto del presente. E se il racconto è buono, anche la memoria potrà esserlo. E musicalmente parlando, la memoria sonora che viene tradotta dal linguaggio di Ora è Ora – un disco che si muove liberissimo tra art-rock elettronico, jazz contemporaneo, canzone d’autore e sperimentazione – fluttua morbida e brillante seguendo una traiettoria ciclica, che ci permette di fiutare nello spazio buio le tenui fiammelle dei ricordi già ricordati, come fosse la strada che ci riporta a casa per sempre. E lo fa oggi.

Campionatori, drum machine, sax baritono, synth, vocoder, clarinetto basso, congas, djembe e chitarre convivono in un paesaggio sonoro aperto, dove scrittura e improvvisazione si intrecciano in modo organico. Le undici tracce del disco costruiscono un percorso che attraversa lingue, geografie e immaginari differenti, mantenendo sempre al centro una riflessione sul tempo, sul desiderio e sulla trasformazione. Il risultato è un fiore jazz orchestrale, un’escursione ultraterrena attraverso i nostri più profondi stati di incoscienza. Un disco che catapulta ulteriormente Scardino nel cosmo e lontano da tutte le cose terrestri. Perché Ora è Ora gioca come un grande sogno percussivo che odora di jazz, hip-hop, sensualità ed epos. Un disco elegantissimo, pieno di pulsazioni elettroniche e afflati art-rock, che sembra spogliare fino all’osso il primo Steven Ellison mentre gioca a scacchi con il fantasma di Pepper Adams.

Ad accompagnare TYTO in questo viaggio sono numerosi ospiti che contribuiscono a definire l’identità del progetto: dai compagni di band C’mon Tigre che rendono Ceiling Drip Gospel la scia trip-hop di una cometa molto veloce e sensorialmente destabilizzante con tanto di coda reggaeton, a Giovanni Truppi in doppia veste di paroliere e interprete della splendida Dia Apos Dia, passando per la voce di Greta Zuccoli che regala, col suo vocale in mezzo al traffico, una finestra sulla contemporaneità riuscitissima e poi ancora Rodrigo D’ErasmoCaterina Yuka SforzaPiero PerelliSimone PadovaniMirko CisilinoMarco Molinelli e Pietro Baldoni. E c’è qualcosa di particolarmente importante nel modo di lavorare di TYTO con artisti e amici: non sono mai semplicemente duetti, non sono solo collaborazioni, piuttosto condivisioni di un modo di pensare la musica, di un linguaggio che attinge da sensibilità vicine. Non è mai un 1+1 quanto un 1 con 1, e c’è una differenza abissale. Prova ne è, per chi scrive, l’apoteosi di Britten, una ballata implosa in cui la voce (e la produzione) di Molinelli abbraccia con totalizzante eleganza il suono di TYTO, per un soul sincopato a cavallo fra urban, synth in decomposizione e un sussulto stratificato e complesso che amplifica un noodling argenteo e soffocato.

Ascoltando il disco di TYTO penetriamo in un territorio sconosciuto a una velocità che non ci è dato modificare, e il presente diventa nostro solo nell’istante in cui è terminato. Per qualche tempo ancora qualche frammento di vita ci rimane appiccicato alle meningi, facendo vibrare sensi sopiti nella soffitta del nostro percepire. La spinta propulsiva dei fiati di Scardino unita alla totalità dell’illuminazione di questo nido segreto in cui abbiamo asserragliato la coscienza viene estinta da un tempo variabile. E le tracce del disco testimoniano la creatività e la sicurezza, solide e corpose, con cui TYTO dà forma alla propria arte e alla propria sensibilità avanguardistica.

Con Ora è OraTYTO realizza un’opera che sfugge alle definizioni di genere e che trova la propria coerenza nella volontà di fermarsi, osservare e dare valore all’unico tempo che davvero possediamo: il presente. E per raccontare un disco come questo non c’è bisogno di perifrasi e iperboli, solo di formule solenni, con la sola forma di devozione di cui siamo capaci ogni qualvolta accade qualcosa di meraviglioso. A questo tipo ancora nascosto di comunicazione dovremo affidare quella transizione invisibile verso uno spazio non precisato, quel momento in cui la musica si è voltata indietro ed è diventata qualcos’altro: una voce, un suono, una nuova grammatica, e lo ha fatto adesso. Non un attimo prima né uno dopo.

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