Recensioni

«Questo è un pezzo nuovo. Si chiama Sweating my balls off in Milan». Qualcuno lì sul palco ci scherza su. A Milano sembra di stare ai tropici, solo che mancano… i tropici. Ci sono solo l’umidità, e il caldo. Uno potrebbe sempre accontentarsi. Fare un tuffo all’Idroscalo che è proprio qua vicino – immaginando di stare a Copacabana. O prendere un aereo a Linate che sta sempre qui dietro l’angolo – a poterselo permettere. Noi ci accontentiamo. Ci accontentiamo di pensare alla baia di San Francisco. Lì d’estate fa fresco e c’è la nebbia che qui a Milano non c’è quasi più nemmeno d’inverno. La baia di San Francisco da dove viene Les Claypool, che in cuor suo sarebbe stato più contento di pescare a casa sua e invece ha le palle sudate a Milano. Per sfortuna sua. E per fortuna nostra.

Sfidare le leggi della tradizione è per gente coraggiosa. Quello ci ha fatto amare i Primus è stato il loro andare controcorrente con gusto. Invece dell’urlo, del canto pieno di enfasi di tante realtà coeve – giustificatissimi in molti casi ma a rischio di eccessi in un momento sì e nell’altro pure – il loro registro era ironico, smaliziato. E così era il birignao nasale e guascone con cui Claypool sceglieva di farci sentire i prodotti di una delle penne più argute del rock della sua generazione. I Primus erano un monito contro gli eccessi di angst ombelicale della grunge generation. Facevano critica sociale – a volte velata da ironico ermetismo, a volte dura, quasi sempre centrata. Per non parlare della verve zappiana e del loro connubio di funk e hardcore, di metal e fusion, di prog e post-punk (le loro miscellanee di cover erano tutto un programma). Anche questo era crossover come si diceva allora (e infatti i loro discepoli più evidenti sul piano musicale sarebbero stati paradossalmente i complessi nu-metal, che di tutto il resto avevano capito ben poco).

I Primus non passavano in Italia da quindici anni. Anche allora in piena estate padana ma almeno nella cornice di un castello. Da Les Claypool che è un buontempone ci aspettiamo che tiri fuori prima o poi The Air Is Getting Slippery (ve la ricordate: «It’s incredibly hot in here today, it’s incredibly hot in here»). E invece no. Una To Defy the Laws of Tradition, bam, così, all’inizio, con la chitarra di Larry Lalonde che surfa sopra i poliritmi superfunky di Les Claypool e del nuovo batterista John Hoffman… (che poi solo superfunky, come minimo superfunkyfragilisistic-slap-sbeng-strepitosi – dovremmo inventarci un neo-neologismo come Foetus si è inventato supercalifragilisticsadomasochism) e ti dimentichi all’istante del microclima da sauna finlandese, la fatica, l’età, tutto quanto. Non dico che porta refrigerio ma sgombra la mente da tutto il resto: c’è spazio solo per quanto ami questa band.

Dei due concerti al Magnolia assistiamo solo al secondo (la data del 31 luglio era esaurita da tempo, e fortunatamente se n’è aggiunta un’altra proprio per la grande richiesta). Claypool e i suoi pensano bene di suonare due set completamente diversi – tranne che per un pezzo, The Ol’ Grizz, l’unico “nuovo” (dall’EP A Handful of Nuggs, non un’uscita di punta della loro discografia). Beato chi se li è goduti entrambi e se avessi dovuto scegliere prima, benché così mi sia perso John the Fisherman e My Name Is Mud, avrei preferito proprio questo secondo. Cinque brani da Frizzle Fry, il disco preferito, sono già un ottimo motivo: detto della strepitosa To Defy the Laws of Tradition, partecipano anche Groundhog’s Day – che dimostra non solo che Lalonde è stato il “padrino del death metal” (vero, i suoi Possessed il “death metal” l’hanno, se non inventato, praticamente “battezzato”) ma che Les avrebbe potuto farlo benissimo il bassista dei Metallica, pure se crediamo che alla fine sia andata molto meglio così –, Too Many Puppies (ecco da dove hanno rubacchiato anche Korn e affini), The Toys Are Winding Down e Harold of the Rocks, con un basso semplicemente mostruoso (ma c’è un pezzo di quei dischi in cui non lo è?).

Più bilanciato il resto della scaletta, però confessiamolo, i pezzi che fanno furore sono quelli che facevano impazzire i vecchi affezionati: parte Jerry Was A Race Car Driver e il basso incontenibile – tutto tapping, slap e sincopi a go-go – fa scatenare tutti. Non parliamo di Tommy The Cat dove ci scappa anche il botta e risposta – naturale – con il pubblico. Tanta arguzia e tanto groove non si trovano facilmente in giro. Valeva allora, e vale ancora oggi.

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