Recensioni

Al suo quarto lungometraggio, una cosa è certa su Alice Rohrwacher: il suo universo è già iconico e riconoscibile, il suo corpus è definibile non solo per dei precisi stilemi visivi, ma anche per quel substrato poetico che pervade le pellicole con timidezza, mai in maniera didascalica o troppo d’impatto. Il termine “substrato” è ancora più adatto se si parla de La Chimera, un film che abita altri mondi, quello degli anni ’80, delle periferie, ma soprattutto dell’aldilà. Che non è da intendere come il paradiso cristiano, ma come una dimensione dove vanno a finire tutte quelle cose perdute: persone, ricordi, emozioni e anche reperti storici.
Se in Lazzaro Felice Alice Rohrwacher rappresentava il mondo dei contadini, ne La Chimera lo spettatore scava (è il caso di dirlo, letteralmente) nell’universo dei tombaroli degli anni ’80, i predatori di tombe o, più in generale, del mondo del sottosuolo. Protagonista è un un archeologo britannico, Arthur, coinvolto nel mercato nero di reperti storici preziosi, che ha il potere di “sentire” il vuoto sotto i suoi piedi (che vuoto non è, anzi: è la terra che custodisce le vestigia di un mondo passato). Arthur porta con sé un lutto molto doloroso, la perdita della sua fidanzata Beniamina: la Chimera che insegue è, appunto, un fantasma, il ricordo di un amore ormai lontano che vuole raggiungere a tutti i costi.
Si potrebbe dire che La Chimera sia il primo film dal sapore internazionale per la regista de Corpo Celeste, che dopo la nomination agli Oscar con Le Pupille sceglie un protagonista britannico per un suo film: Josh O’Connor, due volte premio Emmy per la sua interpretazione del principe Carlo in The Crown. A guardar bene, però, la regista è sempre stata con un piede fuori dai confini nostrani, affidandosi (anche) a case di produzioni straniere e alle sue storiche collaboratrici come la direttrice della fotografia Hélène Louvart (The Lost Daughter) e la montatrice Nelly Quettier (Holy Motors), tornate a lavorare con lei per questo ultimo film.
Squadra che vince non si cambia, e infatti La Chimera conferma, come già scritto, lo stile e la poetica che ha caratterizzato i suoi precedenti film. Nelle pellicole di Rohrwacher tutto sembra un quadro fermo nel tempo, dalla fotografia ai visi degli attori che la regista sembra tirare fuori da un’altra epoca. In questo lavoro è ancor più vero, perché il protagonista è in continuo dialogo con il passato, con i suoi fantasmi, come suggeriscono anche le visioni in 4:3 con i graffi, la grana di una 16 mm amatoriale e i segni consumati della pellicola. Un po’ à la Pietro Marcello in Martin Eden. La vicinanza più importante però è quella con l’Orfeo di Jean Cocteau, che Arthur ricorda nel suo peregrinare e che Rohrwacher rievoca nelle fosse scavate nel terreno, negli specchi d’acqua, tutti quei portali simbolici che collegano l’eroe alla sua moderna Euridice.
Si potrebbe dire, anzi, che è proprio la sospensione il filo conduttore del cinema di Alice Rohrawcher: una sospensione tra natura e progresso, tra centro e periferia, tra vecchiaia e fanciullezza. Ne La Chimera la regista evoca questo stato più con l’incedere delle immagini che della storia, che prosegue su un binario più metafisico e non offre grandi shock narrativi. Proprio per questo motivo è forse il film che offre le visioni più suggestive dell’immaginario di Rohrawcher, prima fra tutte quella del finale, che non spoileriamo per non svelare una parte cruciale della storia, ma che sa chiudere in una manciata di minuti un cerchio fatto di avventura e poesia. Quella de La Chimera, infatti, nonostante la sua atmosfera eterea, grazie alla coralità dei personaggi riesce ad essere goliardico, una fiaba insomma, non mero vagheggiamento (a dispetto del titolo) ma tanti viaggi (come quello della matrona interpretata da Isabella Rossellini) all’interno di un unico, lungo viaggio.
La metafora vien facile: in questo continuo rovesciamento del sottosuolo, della realtà e del ricordo, del passato e del presente (suggeriti anche da delle mosse inedite per la regia di Alice Rohrwacher, come jumpcut o inquadrature dinamiche) Arthur cerca qualcosa che è al tempo stesso vita e morte, gioia e dolore, qualcosa destinato a rimanere sospeso e a non avere una risposta. Fino alla sequenza finale, coronata da Gli Uccelli di Battiato (ma quanto sono sempre belle e azzeccate le scelte musicali di questa regista?)
Tanti spunti, meno solidità rispetto alle pellicole precedenti. Ma la magia di Alice Rohrwacher è sempre intatta.
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