Recensioni

Un uomo e una donna, di cui noi spettatori sentiamo solo le voci, stanno commentando per gioco un trio di persone sedute al bancone di un locale. La macchina da presa è posizionata nei pressi di chi sta parlando, rivolta verso l’oggetto della conversazione, e sembra che si stia avvicinando grazie ad un lentissimo zoom: «secondo te chi sono? Che vita conducono?». Il trio è composto da due uomini, uno asiatico (Teo Yoo) e l’altro caucasico (John Magaro), e da una donna, anch’essa asiatica (Greta Lee); gli uomini sono ai lati della donna, che rappresenta il centro dell’inquadratura nonché, come si scoprirà a breve, il centro del film. All’improvviso, dopo qualche congettura detta fuori campo, la donna guarda dritto in camera e accenna un sorriso beffardo, essendosi accorta dello sguardo indiscreto di due sconosciuti. Stacco. Ventiquattro anni prima, Seoul. Na Young e Hae Sung hanno dodici anni, sono compagni di banco a scuola e amici stretti nella vita. I genitori di Na (un regista di cinema e un’artista) stanno progettando di lasciare la Corea per il Canada, nella speranza di un futuro migliore per tutta la famiglia: «quando lasci qualcosa, guadagni anche qualcos’altro». Hae, che è particolarmente affezionato all’amica, non prende benissimo la notizia, soprattutto perché vede Na molto contenta di andarsene («i coreani non vincono mai il Nobel»); un «ciao» sommesso è l’ultima parola che si dicono prima che la vita faccia il suo corso.

Teo Yoo, Greta Lee, John Magaro. Still da “Past Lives”. Regia: Celine Song (2023)

Si apre così Past Lives, lo stupefacente esordio in cabina di regia della drammaturga sudcoreana (naturalizzata canadese e residente a New York) Celine Song. Suddiviso in tre atti grazie ad una precisa scansione temporale (dopo un veloce sguardo sul passato si procede verso il presente saltando due volte di dodici anni), il film mette in scena la condizione esistenziale delle cosiddette seconde generazioni, ovvero di quelle persone che, a seguito di una migrazione voluta dai genitori, sono il risultato di due realtà diverse per ragioni di natura socio-culturale. Per quanto abbracci la sua vita occidentale rinnegando in parte quella orientale (parla coreano solo in famiglia e in rare occasioni), la protagonista interpretata magnificamente da Greta Lee sarà sempre entrambi i suoi nomi, “d’origine” (Na) e “d’adozione” (Nora). Ma nel suo caso l’ibridazione ha portato a conseguenze più o meno evidenti, a malinconie sopite ma mai scomparse, a lacerazioni dell’animo che penna e camera di Celine Song rivelano con delicatezza, empatia ed intelligenza. Per capire il suo approccio bisogna ascoltare (talvolta leggere) con attenzione il testo e riconoscerne le fonti d’ispirazione. 

Still da “Past Lives”. Regia: Celine Song (2023)

Al di là della tematica filosofica-religiosa delle vite passate e della predestinazione, concetti che in Corea sono riassumibili nella parola In-Yun (tr. Destino), Past Lives è di fatto un film sui molteplici dualismi che determinano le nostre vite. L’intreccio ha il punto di “non ritorno” nel secondo atto, quando nella vita di Nora ricompare per caso Hae (Teo Yoo). Lei si è trasferita a New York per seguire un corso di scrittura, lui abita ancora a Seoul e studia ingegneria; la prima cosa che Hae sente di dire a Nora, dopo averla cercata su Facebook e chiamata su Skype, è «ti riconosco». Nel terzo atto invece, quando Nora è diventata una sceneggiatrice teatrale ed è sposata con uno scrittore di nome Arthur (John Magaro), quest’ultimo non ha paura che lo possa tradire con quell’amore perduto che sta arrivando a New York per rivederla dopo tanti anni; le parole che dice per farle capire che non è preoccupato sono «ti conosco». Ovvio che le due frasi sopracitate si riferiscano al passato e al presente di Na/Nora, e per esteso alle due vite che la caratterizzano, ma per una volta la traduzione italiana rende le parole di Celine Song ancora più poetiche: da una parte c’è un prefisso che indica sia l’unicità della persona amata (ti distinguo dal resto) che la gioia di una seconda volta (ti conosco di nuovo), dall’altra c’è la sicurezza data dal ripetersi del quotidiano, la certezza di conoscersi così bene da capirsi a fondo (so chi sei).

Greta Lee. Still da “Past Lives”. Regia: Celine Song (2023)

Il destino fa rimbalzare di continuo Na/Nora tra oriente e occidente, tra le strade in salita di Seoul e i grattacieli di New York, tra l’essere «colei che se ne va» e l’essere «colei che resta», tra Hae Sung e Arthur, tra un passato che ritorna e un presente che aspetta, tra «ti riconosco» e «ti conosco»: un movimento orizzontale, così come orizzontali sono la linea del Tempo e i binari del carrello su cui è poggiata la camera di Celine Song nello struggente finale del film. Ma è anche un moto che denuncia una certa immobilità perché sembra non avere più il tempo di pensare al futuro (da che era una bambina col sogno del Nobel, da adulta non ha più un obbiettivo certo). Per questo deve capire cosa lasciarsi alle spalle e cosa portarsi nel domani, facendo i conti con la sua condizione ibrida («quando lasci qualcosa, guadagni anche qualcos’altro»): è un percorso di accettazione che probabilmente ha compiuto la stessa Song e Past Lives ne è il frutto evidente. Infatti, definite dall’incantevole fotografia di Shabier Kirchner e dall’emozionante colonna sonora di Christopher Bear e Daniel Rossen dei Grizzly Bear, le atmosfere del film richiamano sia all’occidente (Richard Linklater, Sofia Coppola, Spike Jonze…) che all’oriente (Wong Kar-Wai su tutti, ma c’è anche molto cinema coreano contemporaneo), in un’equilibrata combinazione di suggestioni che non è facile trovare oggigiorno; esemplificativo è lo spazio che Song dedica al paesaggio newyorkese e a quello di Seoul, entrambi ripresi come se fossero vere e proprie manifestazioni dell’io dei protagonisti.

Teo Yoo, Greta Lee. Still da “Past Lives”. Regia: Celine Song (2023)

Basta qualche dettaglio biografico per avere il sospetto che ci sia molto di vero nella storia che Celine Song ha deciso di rappresentare, ma non è importante indagare su quanto si somiglino la vita di Celine e la vita di Na. Ciò che più colpisce di Past Lives è la semplicità con cui racconta un sentimento comune a tanti e lo amplifica per il rispecchiamento di tutti; un sentimento talmente specifico che avrebbe potuto far deragliare nel banale la sua traduzione (in parole) e trasposizione (in immagini). Ed è chiaro che nella riuscita del film ha avuto un ruolo fondamentale l’esperienza diretta di chi quel film l’ha scritto e diretto, a dimostrazione – ancora una volta – di quanto sia preziosa e necessaria la pluralità di voci in un contesto così importante come quello hollywoodiano.

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