Recensioni

Primo album in studio da quasi un decennio a questa parte (Life on a String risale al 2001) Homeland vede il ritorno dell’artista visuale e performer americana; tratto dall’omonimo progetto teatrale multimediale portato in scena negli ultimi anni e realizzato con la collaborazione di numerosi ospiti (Kieran Hebden, Eyvind Kang, John Zorn e Antony Hegarty tra gli altri), la pièce tratta essenzialmente del senso di identità americano. Argomento da sempre a cuore a Laurie Anderson, che negli anni si è fatta portavoce della coscienza critica del suo paese, soprattutto nella precedente lunga performance United States I–IV e seminalmente nel fondamentale Big Science (1982, ristampato nel 2007).
Il lavoro, nato live durante un tour durato un paio di anni circa da fine 2007, è un compendio della musica fatta da trent’anni a questa parte dalla Anderson: minimalismo elettronico fra vocalità e performance recitate/narrate, con lei al violino, tastiere, percussioni e voci filtrate. Si va dall’elegia recitativa quasi funebre dell’opener Transitory Life, a poesie apocalittiche e sentori dark, umori contemplativi e atmosferiche meditazioni su “politica estera americana, tortura, collasso economico, erosione della libertà personale, negligenza medica, religione e cinismo“, a riflessioni sul significato della guerra come metafora di alienazione e perdita.
Il risultato a cui si arriva è quello di una mix di cultura popolare “alta” condotta tra pop e sperimentazione con un registro volutamente apocalittico, una riflessione acuta e compiuta sull’America del dopo 11 settembre.
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