Laurie Anderson
Laurie Anderson, foto di Stephanie Diani (2023)

Laurie Anderson riesce ancora a vedere il futuro

Fossimo stati a New York nel 1974 avremmo visto da qualche parte una donna che, con tanto di pattini, suonava il violino su di un blocco di ghiaccio che continuava a sciogliersi. Erano gli esordi di un’artista a tutto tondo, espressione che mai come nel caso di Laurie Anderson è appropriata. Da sempre attratta dalla tecnologia e dal futuro, la compositrice, regista, musicista, fotografa e scrittrice, arriva al Ravenna Festival, dove sarà accompagnata sul palco dalla band newyorchese Sexmob.

La tournée che porta Anderson in Italia si chiama Let X = X, proprio come uno dei brani di Big Science, un esordio discografico che, nonostante la sua forte impronta sperimentale, arriva al sesto posto in classica nel Regno Unito e accompagna alcuni spot pubblicitari per la prevenzione dell’Aids promossi sul finire degli anni Ottanta dal Ministero italiano della sanità. Ascoltare quell’album è ancora oggi un’esperienza potente. Lo è diventata ancora di più da quando non si fa altro che parlare di intelligenza artificiale, innovazione che non spaventa Anderson: «Uso l’IA per scrivere testi e musica e l’ho usata – nei modi più elementari – fin dal 1980. Ora che l’IA si è trasformata in voci, le persone la prendono sul personale e possono facilmente sentirsi minacciate o esaltate. Ma la computazione ha iniziato a cambiare la coscienza con lo sviluppo dei primi computer».

Nel parlare di questo argomento, una mente brillate come quella di Anderson non poteva farsi sfuggire un consiglio: «Il miglior resoconto di questa trasformazione è contenuto nel brillante libro di Benjamin Labatut The Maniac, che uscirà tra pochi mesi. Per un’immersione profonda nella questione consiglio l’altro libro di Labatut When We Cease To Understand the World, che è piuttosto sconvolgente». Ma uno degli elementi più iconici di Big Science è quella copertina: una donna in abito e occhiali bianchi inondata da un fascio di luce. «È stata fatta all’ultimo minuto», racconta Anderson: «Tutti i punk indossavano occhiali scuri perché non volevano essere visti – forse perché erano accecati dalla luce? Io ho dipinto i miei di bianco per far capire che ero io a non vedere. Improvvisavo. Anche se, a pensarci bene, uno dei versi è I can see the future and it’s a place».

In occasione della ristampa di Big Science ha ricordato che nel settembre 2001, mentre eseguiva O Superman a New York, l’artista pensava che stava cantando del presente: un brano di trent’anni prima si era rivelato drammaticamente profetico nei versi Here come the planes, they’re American planes. A guardar bene, è tutta la carriera di Anderson che preconizza un presenti futuri. Ecco perché, «se canto bene le mie canzoni, sono tutte attuali, nel presente».

Nel 2018 Laurie Anderson ha pubblicato un bellissimo libro dal titolo All the Things I Lost in the Flood. Per uno scherzo del destino, si esibirà in una zona recentemente colpita da una forte alluvione. Quando ho pensato a questa coincidenza, mi sono venuti in mente alcuni bellissimi versi di The Dream Before: “La storia è un mucchio di detriti, e l’angelo vuole tornare indietro e aggiustare le cose che sono state rotte”. Lo spunto fa riflettere Anderson, che risponde: “Sono sicura che sarà un’esperienza molto intensa essere a Ravenna, una città che sta affrontando ciò che molti di noi temono: l’inondazione della costa”. Il discorso vira, quindi, su un tema che le sta a cuore, ovvero il cambiamento climatico: “Non possiamo tornare indietro e sistemare il passato. Non esiste più. Ma è un ottimo momento per cambiare le abitudini distruttive e cercare, se possibile, di prevenire le devastazioni future”. Non a caso, qualche anno fa, definiva Greta Thunberg una dei suoi eroi.

«Attualmente mi sto appassionando a Goya, il primo artista di cui mi sono innamorata da bambina – confessa Anderson quando interrogata su cosa la sta appassionando ultimamente – Avevamo un enorme libro di suoi disegni e incisioni e io li guardavo all’infinito e cercavo di copiarli».

Una recente istallazione a Londra dal titolo Notebook consisteva in venticinque animazioni elaborate dai taccuini di Laurie Anderson, che in quella occasione si è detta “piena di speranza” quando le persone usano la propria immaginazione nel modo più libero possibile. Ma, è difficile usare l’immaginazione in questo periodo storico? “E sempre difficile”, risponde l’artista: “Ma a volte i tempi repressivi danno alla luce le idee più rivoluzionarie”.

Nel 1986 Anderson prendeva in prestito una frase di William S. Burroughs e ne faceva una canzone, s’intitolava Language Is A Virus. Ne è ancora convinta? “Più che mai: il virus è anche un linguaggio, un linguaggio complicato come abbiamo imparato quando abbiamo cercato di decifrare i codici del Covid”.

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