Recensioni

Un successo non cercato: come trasformare per caso un estratto di un’opera multimediale in una hit da classifica, con il prezioso aiuto di John Peel. E’ quanto accade al singolo O’Superman nel 1981, stampato in America dalla piccola One Ten Records; grazie al dj, il passaparola lancia il pezzo nelle chart inglesi fino al secondo posto e al successo europeo, e l’artista visuale Laurie Anderson si trova così in mano un contratto con la Warner, che riediterà il pezzo. E per la quale un anno dopo uscirà l’album che lo contiene, Big Science. Che ora, come primo di una serie, è ristampato per il venticinquennale, insieme a un paio di bonus (il retro – Walk The Dog – e il clip del singolo).
L’humus in cui si trova a interagire la Nostra è la comunità della New York downtown arty di metà/fine Settanta, tra sperimentazioni audiovisive, pittura/scultura, scrittura ed elettronica. Combinando musica e narrazione, short film e critica sociale, tra rielaborazioni del minimalismo e parallele collaborazioni con John Giorno e William Burroughs tra gli altri, la Anderson pianifica a fine decennio un’opera multimediale, 1979 – 1983, un ritratto critico dell’America, osservata anche con angolazione europea (Laurie si esibiva infatti più spesso in Europa che in USA ai tempi), una cultura vista nella creazione di un mondo digitale e nell’interazione con esso. “Sentivo che gli europei vedevano l’America come una versione del loro stesso futuro”. Il singolo e molte canzoni di Big Science rielaborate fanno quindi parte di quest’opera, poi confluiti nella lunga performance United States I-IV pubblicata in video nel 1984.
La tecnologia e i suoi effetti sull’uomo, l’industrializzazione nelle sue contraddizioni, la critica sociopolitica: questi i temi del concept Big Science. Con una visione ironica e un’attitudine apocalittica, e descrizioni minimali di strani personaggi colti in azione nel quotidiano: piloti aerei (nella robotica From The Air, vocoder e fiati che disegnano un’ipnotica calma prima di un crashing), stranieri (l’atmosferica title track sugli effetti dell’urbanizzazione), impiegati (Let X=X e la metafora del paese come edificio in fiamme), un campionario di umanità colta nell’assurdo del vivere. Con un’attenzione peculiare all’uso del linguaggio, al racconto, e alle difficoltà della comunicazione (il linguaggio come inganno di burroughsiana memoria, “language is a virus from outer space”).
O’Superman (For Massenet) è una mini suite audiovisiva ispirata da un’aria del Cid di Jules Massenet e da un evento contingente (la fallita missione USA in Iran nel ‘79 per liberare alcuni ostaggi: uno smacco politico per l’America carteriana alla vigila del reaganismo. Non sembra sia cambiato molto da allora…). Un desolato e drammatico cantato/recitato di 8 minuti di una sola nota modificata, su una fredda base elettronica con voce trattata dall’harmonizer – synth proto-campionatore dell’epoca – e così loopata nell’ha-ha-ha del testo, mentre si racconta di perdite e sconfitte, di imperialismo (and when justice is gone, there’s always force) in un epico crescendo, con la metafora dell’America come madre-matrigna (So hold me, Mom, in your long arms./Your petrochimical arms./Your military arms. /In your electronic arms). Agghiacciante e al tempo stesso ipnotica lullaby, che al di là dell’impianto concettuale presente nell’intero disco, colpì per l’immediatezza melodica. Un mix minimale di analogico e digitale è quindi Big Science: beat elettronici e strumenti che vanno da una sezione fiati (con Bill Obrecht, Peter Gordon tra gli altri) alle percussioni (David Van Tieghem) all’organo, insieme ai violini modificati (digitalizzati) della Anderson, al synth e al vocoder (con effetti vintage), tra loop, campionature e alterazioni ottenute con l’harmonizer.
La freddezza chirurgica e il calore di strumenti e voce creano un effetto spiazzante; la vocalità e le performance recitate/narrate fanno la differenza e saranno d’ora in poi il marchio di fabbrica della performer, che continuerà una longeva carriera, in parallelo con altre forme espressive. E l’album resterà come il paradigma della multimedialità (nel pop e non solo) a venire.
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