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Il suo nome è Sandy e quando sfoga la sua rabbia distruttiva sulla costa est degli Stati Uniti d’America corre l’anno 2012. L’intera nazione è sotto shock. Sandy l’uragano terrorizza l’America. Inclusa Laurie Anderson, che sin dai primi anni Ottanta è stata capace di esorcizzare le paure più irrazionali, proprie della moderna società tecnologica, attraverso un uso glaciale della voce e dell’elettronica a cui si accompagna. Va detto che, all’epoca, l’algida diva synth-etica stava lavorando a un progetto commissionatole nientemeno che dal Kronos Quartet, che le aveva chiesto di scrivere qualcosa per quartetto d’archi che all’inizio avrebbe dovuto concretizzarsi in uno spettacolo multimediale sui generis e che poi diventerà questo Landfall: ossia una perfetta commissione dei suoni di viola, violini e violoncello con campionamenti e keyboard.
Il disco in sé – cui fa da pendant un libro in uscita per i tipi di Skira, dal titolo chilometrico All the Things I Lost in the Flood: Essays on Pictures, Language and Code – più che un’esperienza strettamente musicale (e lo è, eccome), rappresenta una specie di Odissea in 30 fotogrammi (oscillanti fra 1 e 4 minuti di durata) del dolore, del terrore e del candore (sì, qui c’è anche quello) che trasforma l’animo di ogni uomo quando le forze della natura si abbattono su di lui. A ben vedere, il lavoro si configura come una specie di pacato oratorio post-moderno – in cui la vanitas (qui intesa in senso biblico) umana occupa un posto predominante – capace di coniugare esteticamente al meglio tanto le velleità avant-cameristiche, da sempre proprie del KQ, con la coolness tipica delle pagine migliori della synth-writer nativa di Chicago.
Limite della formula sonora: una monotonia a tratti ipnotica. Pregio della formula sonora: un’ipnosi a tratti monotona. Difficile dire oggi se Landfall reggerà la prova del tempo. Ha dei limiti che sono anche i suoi pregi, e viceversa. Quel che però possiamo dire sin da subito è questo: più che un disco, è un’esperienza mistica. Prendere o lasciare.
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