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Può succedere di rimanere se non delusi, per lo meno con l’amaro in bocca davanti a un capolavoro? Oppure trattarlo con sufficienza e lasciarlo lì, per poi scoprirne davvero il portato? Sì, è successo e succederà ancora ma limitatamente all’esperienza personale Orange – album numero boh? terzo o quarto? già questo è un problema su cui tornare – della Blues Explosion di Jon Spencer è, per chi scrive, forse “il” caso di studio. Troppo pulito, troppo fighetto (?!?), troppo già sulla bocca di tutti per chi aveva (in)seguito le urla belluine di Spencer sin dai Pussy Galore, per chi aveva visto il sangue sul rullante di Russell Simins, per chi aveva assaporato la polvere, lo scazzo, il putridume con cui i tre avevano riscoperto (e ricoperto di rumore) il rock’n’roll e il blues e tutto quello che ci stava in mezzo, insieme ad altri debosciati del giro di etichette sotterranee, tipo la Crypt, che incendiavano quegli anni di orecchie vergini e curiosità enciclopediche.

A Reverse Willie Horton, The Jon Spencer Blues Explosion, Crypt Style. Questi i primi passi di un trio nato per essere ridotto all’osso, per fregarsene del collante del basso e di un drum-kit degno di tal nome, per operare sul blues dei primordi ciò che i Pussy Galore (e tutte le formazioni nate da o intorno a quell’esperienza) avevano fatto sul (corpo morto del) rock. Le due chitarre di Spencer e Judah Bauer e i tre pezzi in croce della batteria di Simins erano più che sufficienti per far, giustamente, esplodere il blues. E quel catrame, quell’immondizia sonora, quel fascino da drop-out, quella capacità di trasfigurare il blues che emerge da quella tripletta iniziale è forse ben condensabile nell’aneddoto relativo alle session del primo disco, con qualcosa come 14 canzoni registrate in 3 ore di affitto dello studio. Quel primo disco, A Reverse Willie Horton, venne poi stampato clandestinamente in poche copie (si mormora addirittura da una cassetta duplicata) dando inizio alle difficoltà nel conteggio della discografia del trio cui facevamo riferimento sopra, agevolate anche dalla tendenza a sparpagliare gli stessi pezzi su dischi diversi.

Sia come sia, lo scarto tra questa tripletta (o doppietta, o forse anche meno) iniziale e Orange era troppo evidente per chi proveniva dalle paludose terre dell’underground più zozzo. Troppo patinato, troppo prodotto (?!), soprattutto troppo conosciuto da gente che i piedi in quella melma lì non ce li aveva mai neanche avvicinati. Quindi sì, uscì all’epoca e venne incensato, ma noi duri e puri dell’underground eravamo ancora legati alla sporcizia dei primi passi, nonostante il secondo album Extra Width, uscito nel ’93 per una Matador da lì in avanti casa prediletta del trio, mettesse già sull’avviso di ciò che a breve la Blues Explosion sarebbe diventata (vedi alla voce Afro), ma manteneva ancora quel minimalismo un po’ truce e un po’ cazzone, quel gusto per la dissacrazione e per un groove ancestrale e selvaggio che ce li aveva fatti amare.

E che ce li aveva fatti amare soprattutto perché era roba nostra, di cui eravamo gelosi e che non avremmo condiviso con nessuno. E invece Orange li aveva aperti a tutti. Beh, insomma, non proprio tutti eh. Eravamo pur sempre nei 90s, esattamente a metà del guado dell’ultimo decennio del millennio, le paranoie da millennium bug cominciavano ad affacciarsi, i cellulari pure e internet era ancora una parola nuova ma pronta a esplodere e, cosa più importante, (r)esistevano ancora gli steccati di genere, le scene, le tribù. In quel frangente a esplodere fu invece proprio la JSBX, che cominciava a passare regolarmente su MTV e a trafficare con l’indie meno ruvido sia su disco (l’Experimental Remixes EP vede Beck, i Beastie Boys, Moby e GZA rivisitare alcuni loro pezzi) che live (il tour inglese coi Beastie Boys e quello americano con anche i The Roots).

Quindi, cosa c’è in Orange per permettere a un trio di veri drop-out del Lower East Side di divenire roba per MTV e vendere, nel primo anno dalla pubblicazione, oltre 70.000 copie? Iconoclastia e rispetto, innanzitutto, poi un groove generale tanto sensuale quanto rock’n’roll, la capacità, probabilmente aiutata dai mezzi messi a disposizione, di creare pezzi bomba, orecchiabili e strani, pestoni e “pop” in senso lato; la capacità di riscrittura del blues trasformato in qualcos’altro e imbastardito con un approccio noise. L’esempio cardine è proprio il pezzo che apre l’album, Bellbottoms. Anticipato da un video tanto minimale quanto già pronto a buttare un occhio al fashionismo guascone, coi tre inguainati in completini blu elettrico o arancione, appunto, si apre con una introduzione di un paio di minuti che è una sorta di orchestrazione con tanto di archi a far da controcanto per poi, nei tre minuti restanti, riesumare i Rolling Stones più ruvidi, i Cramps più sexy, gli Stooges più provocatori, frullandoli in una miscela incendiaria come al solito.

«The fabulous, most groovy» – come recita Spencer a metà del pezzo – world of the blues explosion inizia e la discesa è senza freni: il boogie assatanato e i fiati storti di Ditch, l’assalto all’arma bianca punk-blues di Dang, tra armoniche e (quello che sembra essere un) theremin, la funkedelia storta, come potrebbero appunto immaginarla dei rimastini bianchi newyorchesi, di Greyhound, il post-funk-garage-hop di Flavor con ospite Beck e il fantasma di un James Brown bianco che incontra i Beastie Boys più fotonici e futuristi prima di sfaldarsi in territori avant-hip-hop beckiani, il garage-groove-rock sensuale e, giustamente, sudato di Sweat, la materializzazione del più volte citato Brown, vero e proprio angelo custode di questo disco, nel cubismo decomposto di Full Grown, non sono che esempi di un disco che è lo scatto decisivo per la Blues Explosion e una nuova maniera, molto 90s a dirla tutta, di vedere il blues e di contaminarlo con l’approccio punk e iconoclasta di partenza.

Che poi, confrontando le foto dei tre nel retro di copertina di Crypt Style e nell’inserto di Orange, si noti come la dissacrazione, lo sberleffo, il cazzonismo siano sul punto di rientrare nella norma, è un altro discorso, legato a quella aneddotica personale citata in apertura; Orange col senno di poi è e rimane probabilmente lo zenith creativo dei tre, in perfetto equilibrio tra il proprio passato (il «pompadour-and-sideburns Crypt Records trash-can garage-rock universe», come lo definisce Pitchfork) e quelle dinamiche ibride, contaminate, latamente “pop” che segnavano il contesto underground degli anni di concepimento di Orange.

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