Recensioni

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Ho vissuto a New York per 29 anni o giù di lì, ho vissuto qui la maggior parte della mia vita e ancora non mi sento davvero un newyorkese, ma a questo punto, fanculo. Qualcosa devo pure rivendicare”. Leggere le sparate di Jon Spencer fa bene allo spirito. Ancora meglio sentire la band dal vivo o sapere che escono ancora dischi targati Blues Explosion (fieramente, a 24 anni dall’album d’esordio).

Con Freedom Tower – No Wave Dance Party 2015 l’ex Pussy Galore rivendica il proprio ruolo (defilato e necessario allo stesso tempo) nel panorama rock statunitense e la sua collocazione non solo artistica, ma anche geografica. La Grande Mela che ha adottato l’immarcescibile Jon è omaggiata un po’ dappertutto, specie nel video di Do The Get Down, una staffetta che alterna, sullo sfondo della città e tramite infiniti rimandi al concetto iconografico/culturale di NY, personaggi illustri tra cui Public Enemy, Ramones, Sonic Youth, Lou Reed, e Jay Z. Figure profondamente legate, per ragioni diametralmente opposte eppur convergenti, alla metropoli statunitense.

Freedom Tower – No Wave Dance Party 2015 (il riferimento è alla No Wave di fine anni Settanta – un periodo di sperimentalismo post punk molto importante, non solo per la East Cost) distribuito via Mom + Pop Records e successore di Meat and Bone del 2012, è stato registrato alla Daptone House of Soul di Bushwick e mixato da Alap Momin. Con il suo apporto l’ex producer dei Dälek innesta (con misura) nella rodata e classicissima formula di Spencer e soci micro beat e campionamenti vicini al mondo dell’hip hop.

L’attitudine black emerge nell’apertura “quasi RUN DMC” di Funeral. Nessuna rivoluzione copernicana, le chitarre tornano subito protagoniste: al decimo disco la Blues Explosion – la line up si completa con il drummer Russell Simins e il secondo chitarrista Judah Bauer – si diverte ancora a far casino, in ossequio alla propria ragione sociale. Sporcizie garage, noise, r’n’r old school, blues ora rallentate, ora sguaiate, chitarre maleducate, echi rockabilly e punk fanno da sottofondo, con mestiere e padronanza totale della materia, a testi che parlano di underdogs e vita nei bassifondi. La performance di Jon Spencer dietro al microfono è un valore aggiunto, quasi stesse raccontando, tra uno slogan e l’altro, tra un urlo e un let’s do it/come on/yeah d’ordinanza – in un flow lungo 13 canzoni – l’amore per la città, emblema di un’estetica sonora e di valori (nel caso specifico del musicista discutibili, ma pur sempre valori).

L’ultima uscita discografica della formazione consegna al pubblico una versione della Explosion meno arrembante di un tempo, ma non meno efficace. Sul versante delle novità segnaliamo le intenzioni funk di Do To Get Down e l’incedere sornione di Crossroad Hop, con il suo intercalare decisamente più leggero rispetto al pastiche dell’allucinata The Ballad Of Joe Buck, inciso hip hop, su base rock/garage/rockabilly. Per i “conservatori” raccomandiamo invece la quinta traccia in scaletta, White Jesus, quasi una cover dell’Experience ad opera di Jack White.

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