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Un luogo comune, in realtà spesso veritiero, vuole che la prolificità artistica e l’ispirazione tendano a diminuire con l’avanzare dell’età anagrafica. Dopo avere infranto regole e mandato all’aria convenzioni musicali negli ultimi sessant’anni all’interno del rock’n’roll e non solo, c’è poco da stupirsi se John Cale, ottantadue anni compiuti lo scorso marzo, rappresenti un’eccezione a quell’assunto. Questo POPptical Illusion, il suo diciottesimo album in studio, arriva infatti a poco più di un anno da Mercy, raccolta densa e monolitica di canzoni dalla lunga e difficile gestazione, frutto di collaborazioni illustri (con artisti ben più giovani del Nostro) e delle consuete esplorazioni elettroniche, nutrite da una vena scaturita da uno sguardo rabbioso e disilluso su una contemporaneità sempre più orrorifica. Un momento creativo che, dal lockdown a oggi, sarebbe confluito in un’ottantina di canzoni; comprensibile dunque come l’ex Velvet Underground voglia dar seguito a tale urgenza realizzando e pubblicando il più materiale nel minor tempo possibile.

Come suggerisce lo scherzoso gioco di parole del titolo, questa volta l’artista gallese parrebbe mettere l’accento, come fatto altrove in carriera, sulla parola “pop”: ispirato dal sempre dichiarato nome tutelare Brian Wilson, Cale non ha mai mancato di serbare nel proprio repertorio un posto speciale per la melodia e l’arte della canzone, non contando le divagazioni ed esplorazioni nei generi, stili e approcci più disparati.

Già l’eccellente singolo apripista How We See The Light aveva chiarito gli intenti, rivelando una scrittura 100% pop benché velata dalla ormai usuale ambientazione elettronica soft venata di hip hop, scenario in cui Cale ha immerso le sue composizioni da almeno vent’anni a questa parte. Tuttavia, per quanto sarebbe stato certamente gradito – specie a questo punto della carriera – un pur parziale ritorno a una strumentazione più classicamente rock nella vena di lavori indimenticabili come Paris 1919, Vintage Violence e la trilogia degli album per la Island (Fear, Slow Dazzle, Helen Of Troy), al di là dello strepitoso mantra velvettiano Shark Shark (guidato da un groove implacabile e da una chitarra elettrica che urla White Light White Heat ad ogni graffio sulle corde), il disco non si distacca più di tanto dalla formula sonora di Mercy o, a dirla tutta, dei lavori immediatamente precedenti.

Il che è del tutto comprensibile: in retrospettiva, considerando almeno gli ultimi quarant’anni della sua produzione discografica, il rock o pop in senso tradizionale e “classico” rappresenta un linguaggio da tempo abbandonato in favore di atmosfere rarefatte e scheletriche, guidate in prevalenza da tastiere, sintetizzatori, sequencer e drum machine, a partire da quel Music For A New Society (1982) che più passa il tempo più acquisisce lo status di vero e proprio manifesto artistico.

Ciò che davvero spicca rispetto alle recenti prove, dunque, è il recupero di una vera compositiva e melodica che sa rimandare, con un filo di nostalgia, ai (bei) momenti del suo passato, vedi l’ottima Davies To Wales (che riporta tanto a un piccolo classico caleiano come A Child’s Christmas In Wales quanto, musicalmente, alla collaborazione con Brian Eno in Wrong Way Up), o la citazione letterale di “fear is a man’s best friend” nella sufficientemente cupa Edge Of Reason; sulla stessa onda si adagia, con le dovute differenze, il songwriting indubbiamente pop di All To The Good (arrangiata in stile tutt’altro che rétro; quanto, paradossale distacco rispetto a tanti giovani che guardano all’indietro…) e dell’iniziale God Made Me Do It (Don’t Ask Me Again).

In verità il senso di questo disco, come era il caso del suo predecessore, va ricercato più in profondità: sotto le nebbiose trame downtempo, i beat e i loop si annidano riflessioni cariche di rabbia (I’m Angry) indirizzate contro mali del presente come il capitalismo sfrenato, l’ascesa delle destre (Company Commander, trasfigurazione contemporanea del Cale punk di metà/fine anni ‘70), o ancora le preoccupazioni per i cambiamenti climatici della conclusiva There Will Be No River, elegia pianistica (con rimandi ancora a Eno) a testimoniare l’antica vena classicheggiante mai sopita.

Per quanto possano valere le nostre parole scritte oggi di fronte all’eternità di un monumento come il soggetto in questione (e relativa carriera), forse al tutto avrebbe giovato, anche stavolta, un minutaggio più ridotto e una scaletta più snella perché si potesse parlare di un grande disco della maturità a firma John Cale – uno che sentiamo debba ancora davvero raccogliere ciò che realmente merita per quanto fatto in un percorso condiviso soltanto da pochi altri Grandi. Accontentiamoci, si fa per dire, di una nuova manciata di canzoni a testimonianza di una vitalità che, per fortuna, non vuol saperne di venir meno e di uno sguardo sempre puntato, ovviamente, al futuro.

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