Recensioni
“Mi interessano di più le cose che sto per fare di quelle che ho già fatto”. Queste le parole con cui due anni fa John Cale presentava il suo Hobo Sapiens,
lavoro che segnava il ritorno al rock dopo un periodo “sabbatico”
dedicato a colonne sonore, progetti collaterali e riedizioni di
materiale già edito. In quella frase, a pensarci bene, c’è tutta
l’essenza del Cale artista: quarant’anni di carriera all’insegna del
movimento, dell’ideale spostarsi da un luogo (artistico) a un altro;
troppe esperienze degli ultimi quarant’anni di musica sono passate per
le mani di questo signore e non è questa la sede per elencarle. Basti
dire che oggi l’ex Velvet Underground sta attraversando una nuova fase
produttiva, e il relativamente breve periodo di tempo intercorso fra
Hobo Sapiens e questo Black Acetate sembra confermare la tendenza.
Se
lo avevamo lasciato “perso” dietro le tracce elettroniche di Radiohead,
Beck e Beta Band, lo ritroviamo adesso con un’attitudine
inaspettatamente – e a tratti miracolosamente – ispirata. Il suono è
molto più basato sulla chitarra e sul concetto di canzone “pop-rock”
(le virgolette sono d’obbligo): un territorio su cui il Nostro non si
soffermava – almeno con questi risultati – dai tempi della trilogia per
la Island di metà ’70 (Fear, Slow Dazzle e Helen Of Troy);
anzi, si può dire tranquillamente che in certi episodi l’artista
gallese suona rock come non ha mai fatto. Come non avere un sussulto di
fronte all’attacco di Outta The Bag, un uptempo in perfetto stile glam-rock à la Roxy Music(non a caso vecchi compagni di merende), con un’inedita e sorprendente
voce in falsetto? O davanti all’immediatezza dei riff (presi di peso
dalla scuola grunge dei Nirvana) di Perfect, Sold Motel e Turn The Lights On? O ancora al cospetto del ritornello inatteso di Woman? Non sentivamo un Cale così acido e urgente dai bei tempi di Leaving It Up To You.
L’elettronica resta comunque una componente dell’amalgama sonoro, anche
se in secondo piano, per affiorare – talvolta un po’ manieristicamente
– in alcuni brani (Hush, o l’inquietante Brotherhood, vicina a certi momenti claustrofobici di Artificial Intelligence, e non mancano di certo le ballate in cui il musicista mostra tutta la sua sensibilità melodica: sublime una In A Flood in cui suona (mai tanto) simile al collega-rivale Lou Reed, o quella Gravel Drive che richiama così da vicino la Emily di Fear, o ancora Wasteland, l’occasione per sentire ancora una volta il tocco magico della sua viola.
Questi
i fatti. Mentre decine di giovani band sono alla ricerca del riff
giusto o del groove per resuscitare un rock ormai soffocato dalla
saturazione della proposta, ecco un sessantatreenne che sforna un disco
che graffia come forse pochi altri episodi della sua – non certo breve
e non propriamente “rock” – carriera. E come poche altre cose sentite
in giro quest’anno.
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