Recensioni

Chi considera ancora Lou Reed l’unica testa dei Velvet Underground capace di pensare in termini squisitamente pop, relegando il sodale John Cale al ruolo di selvaggio sperimentatore votato ad eccessi musicali di ogni tipo, rischia di cadere in un clamoroso e grossolano errore. Vintage Violence, il suo esordio solista, spazza via come un uragano ogni certezza che si credeva saldamente acquisita sulla “vera” natura artistica di questo musicista, ancor oggi purtroppo misconosciuto. Ma andiamo con ordine.
Dopo esser stato parte integrante dell’alchimia che generò i capolavori Velvet Underground and Nico e White Light White Heat, nell’ottobre del 1968 l’acuto polistrumentista gallese viene messo alla porta dallo stesso Reed, in combutta col nuovo manager Steve Sesnick. Già da qualche tempo gli equilibri all’interno del gruppo si erano incrinati: mentre John, fedele alla sua formazione avanguardistica (era infatti giunto in America all’inizio di quel decennio dopo aver vinto una borsa di studio) voleva portare il suono della band verso soluzioni sonore ancora più estreme di quelle sperimentate nei già rivoluzionari primi due album, Lou mostrava invece un’attitudine più melodica e incline a compromessi che, complice l’assenza del compagno, si affermerà prepotente a partire dal terzo album (The Velvet Underground, 1969), caratterizzando in seguito diversi momenti della sua avventura solista (su tutti, il trionfo glam di Transformer con la complicità di Ziggy Stardust/Bowie).
Così a Cale non resta che intraprendere una carriera autonoma in cui, tra impegni come produttore, arrangiatore, session man di lusso e compositore di colonne sonore, sarà libero di seguire le proprie intuizioni artistiche. E, alla luce di quanto detto sulle dinamiche interne dei Velvet Underground, il suo debutto da solista è più che una sorpresa. Vintage Violence, uscito originariamente nel 1970 per la Columbia Records (ma registrato l’anno precedente in seguito alla produzione di The Marble Index di Nico e dell’album di esordio degli Stooges), è una vera rivelazione. Un disco di una leggerezza spiazzante, melodicamente ineccepibile, arrangiato con gusto: quanto di più lontano ci si poteva aspettare da un allievo di Cage. Indipendente dalle maglie, spesso soffocanti, di una band, Cale può finalmente manifestare la sua quintessenza artistica.
Non un semplice musicista: piuttosto un alchimista, una sorta di mad scientist prestato ora al rock, ora all’avanguardia, ora al punk, ora alla sperimentazione “classica”, ma sempre e unicamente guidato da un’intelligente curiosità e da un approccio stimolante verso la materia trattata. In questo caso a venire studiato, esaminato e riplasmato è il pop-rock: il Nostro si diverte a giocare con la tradizione melodica di Beatles e Beach Boys (l’amore verso Mr. Wilson, come lo invocherà affettuosamente in una futura composizione, esploderà definitivamente nella cosiddetta “trilogia pop” con Eno di Fear, Slow Dazzle ed Helen Of Troy), rivestendone le intuizioni di arrangiamenti ambiziosi e sognanti a tratti reminiscenti di The Band (e, per medesima filiazione, dell’Harrison “americano” di All Things Must Pass), insaporendo il tutto con spruzzatine country (non a caso, tra i vari musicisti reclutati per le session insieme al produttore Lewis Merenstein, contribuisce tra gli altri Garland Jeffreys).
Descritto a posteriori dal suo autore come un esperimento di apprendistato fatto per tentativi ed errori, Vintage Violence potrebbe considerarsi una sorta di prova generale della sensibilità pop di Cale, quasi un’antologia a priori di quello che, negli anni a venire, si troverà ad esprimere in termini di songwriting; ad ogni modo, se si fa eccezione per Paris 1919 (1973), in cui la verve pop si mescolerà in modo sorprendentemente efficace al suo retaggio di musicista classico, difficilmente John Cale ci regalerà un lavoro tanto immediato ed equilibrato.
L’ irresistibile piano western di Hello There immerge subito l’ascoltatore in un’atmosfera ironica e goliardica, mettendolo subito a suo agio; Gideon’s Bible è già in odore di classico: una festa di sovraincisioni dal ritornello memorabile, in un profluvio di pedal steel, chitarre guizzanti, piano, viola e chissà quanti altri strumenti. Adelaide è un delizioso folk che Stuart Murdoch dei Belle and Sebastian deve aver sicuramente ascoltato, mentre in Big White Cloud Cale si cimenta addirittura in un “wall of sound” spectoriano, occupandosi anche della conduzione dell’orchestra (soluzione che ripeterà, con i risultati alterni, in futuro); la sbarazzina e solare Cleo presenta una melodia tanto orecchiabile che potrebbe essere una sigla di cartoni animati (ricordate “Heidi”?… si potrebbe quasi parlare di plagio da parte degli autori!).
Se Please, Charlemagne e Bring It On Up possono sembrare “soltanto” freschi esercizi di scrittura country-pop, i due brani successivi sono di diritto due classici del repertorio caleiano e ci presentano, rispettivamente, due facce opposte e complementari della sua personalità. Amsterdam, malinconica gemma acustica densa di umano rimpianto (l’Alex Chilton del terzo Big Star, e tutti i suoi discepoli, hanno certo preso appunti), è la prima di una lunga serie di ballate, ideale antesignana dei momenti più spontanei e intimisti di Paris 1919 e di Music For A New Society (1982); la spettrale (è proprio il caso di dirlo!) Ghost Story – ripresa in acustico nell’unico, leggendario concerto al Bataclan insieme a Lou e Nico, due anni dopo – invece mette in luce il lato più oscuro e claustrofobico del musicista gallese, un racconto dell’orrore per chitarra acustica, organi, armonium e chitarre elettriche intrecciati in una danza macabra dai toni jazzati; non siamo troppo lontani dai sabba deliranti di Fear (1974). Quando quest’ultima traccia s’interrompe d’improvviso sembrerebbe la fine, ma è l’ennesima sorpresa: chiude infatti il disco l’allegra Fairweather Friend, brano chitarristico uptempo che per il suo piglio spensierato avrebbe potuto, ricevuto un adeguato rivestimento di paillettes e lustrini, essere un successo dell’effimera stagione glam-rock di lì a venire.
La ristampa del 2001 aggiunge poco o niente alla sostanza del disco originale: a parte un’abbastanza inutile alternate version di Fairweather Friend, l’inedita Wall è un esercizio strumentale per sola viola, un lungo drone memore degli insegnamenti ricevuti alla corte di LaMonte Young e il suo Theatre Of Eternal music. Messa a fine disco, ci ricorda prepotentemente che il raffinato songwriter delle canzoni precedenti è lo stesso folle stupratore di viola di Heroin e Venus in furs. Ma forse è solo l’ultimo inganno (o il primo di tanti, se volete) di John Cale, bugiardo sin dal titolo e dalla copertina del disco: nessuna violenza in queste canzoni, solo dell’ottima e ispirata pop music.
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