Recensioni

6.6

Il mondo cambia ma Jocelyn Pulsar rimane lo stesso. Alfiere fin dai primi anni 2000 di un cantautorato indie ironico e surreale – quando in giro c’era gente come Mr. Brace, Marcho’s o il Bugo di La prima gratta o Sentimento westernato ma anche di un provincialismo “sano” fatto di piccole riflessioni da loser confezionate su una quotidianità troppo impegnativa per poterla ammaestrare, il Nostro si rifà vivo a cinque anni dall’ultimo album Contro i giovani. 

Ritorna in un momento in cui l’indie ha sfondato ad ogni livello – con i vari Lo Stato Sociale, Pinguini Tattici Nucleari, I Cani, Calcutta, Fulminacci, Tommaso Paradiso, Gazzelle e chi più ne ha più ne metta a rappresentare la musica che gira intorno – e lo fa con un album-non album (solo 6 i brani in scaletta) che ha tutto l’aspetto di una necessità impellente, più che di un vezzo. Zero produzione artistica, registrazione fatta in casa in piena etica DIY e badando solo alla sostanza, e il solito sguardo obliquo su una realtà quasi sempre più triste dei sogni, in cui i rapporti di coppia scoppiano e persino l’indie non se la passa troppo bene. 

Non c’è molto altro da aggiungere a un disco che per indole e poetica potrebbe essere tranquillamente accostato ai precedenti di Jocelyn Pulsar, se non che il musicista romagnolo riesce ancora una volta a incastrare su una chitarra acustica o poco più malinconie con cui è impossibile non empatizzare e boutade brillanti («Lo sai che l’altra notte ti ho sognata / che mi insegnavi a fare una frittata / se vuoi ti regalo anche questo tegame / così se ti lascio non muori di fame / e poi mi sono svegliato in questo posto / in questa casa che ancora non conosco / il nostro tegame è là sul lavandino / che quasi sembrava di averti vicino») per descrivere piccole tragedie quotidiane con uno sguardo originale e spesso rassegnato. 

È sempre stata questa la caratteristica principale di Jocelyn Pulsar: rimanere impermeabile a mode e ricorrenze stilistiche in favore di un’onestà intellettuale artigianale forse, per certi versi anche ingenua, ma certamente tutta sua. Lasciatecelo dire: vederlo ancora qui mentre ci convince che si può scrivere una canzone anche parlando delle strisce pedonali (Zebra Crossing), è già una piccola vittoria. Per lui e per noi. Bentornato. 

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