Recensioni

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Parlare di quotidianità, spogliare la scrittura da orpelli e vezzi autoriali, costruire canzoni su pochi, semplici accordi e affidarsi ad arrangiamenti poco più che elementari è pratica diffusa nella scena cantautorale indie italiana, e se da una parte la semplicità e l’immediatezza favoriscono maggiore comprensione e immedesimazione da parte dell’ascoltatore, è pur vero che questo costante spostare l’asticella verso il basso può offire risultati poco accattivanti. Non è così più il fruitore a doversi elevare al livello dell’artista, ma è piuttosto vero il contrario.

E questo, in parte, è il caso di Jocelyn Pulsar e del suo nuovo lavoro Convivenza Arcade: testi leggeri conditi di qualche buona trovata (L’altro Baggio su tutti), suoni puliti, nessuna impennata né a livello vocale né musicale, il tutto a formare un quadro di quieta rassegnazione venata, fin dal titolo, da malinconia e ironiche citazioni anni ’80/’90. Non un disco da bocciare e privo di spunti interessanti: l’ascolto è scorrevole e non mancano episodi piacevoli (L’indie senza pubblico e Convivenza Arcade) che riportano alla mente il primo Babalot o il Dente degli esordi, senza tuttavia la vena surreale del primo o gli escamotage linguistici del secondo. Ed è proprio nella mancanza di una cifra stilistica davvero personale, che incappa nella difficoltà di rendere il racconto della propria routine qualcosa di universale, il “problema”, se così si può chiamare, di questo nuovo album.

Forse una scelta, sicuramente un’occasione in parte mancata, perché quello che Jocelyn Pulsar lascia più volte intravedere è un cantautorato garbato, melodico e con un connaturato senso del limite, a suo modo romantico (per quanto fortemente disilluso), e con la giusta capacità di sussurrare piccole verità, nel bello e nel brutto che fa parte della vita – viene da dire – di un cantautore. Perché la sensazione è proprio quella di un autore un po’ stanco, della routine ma forse anche un po’ della musica. O, forse, delle sue dinamiche. Se è difficile dargli torto, è pur vero che osare un po’ di più, a volte, paga.

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