Recensioni

6.5

Potremmo chiamarlo cantautorato geografico/demografico, quello di Jocelyn Pulsar. Una fotografia un po' sbiadita in cui ciclicamente tornano le solite tematiche legate alla Romagna delle spiagge (Cartoline), alle paturnie adolescenziali da cameretta (“Il porno in internet, è la migliore forma di democrazia, che attualmente, mi viene in mente” si canta in La soggettiva del frigo), ai ricordi scolastici legati a una scritta su un muro (Vale, Stefy, Cri). Fosse un libro, sarebbe un Moccia dell'Adriatico con un po' più di sostanza. Fosse un personaggio di un film, sarebbe Mauro Di Francesco in Sapore di mare 2.

Da ciò, pregi e limiti di una proposta musicale che si autoreplica a oltranza: da un lato il surrealismo ironico e nostalgico di un songwriting che parla di televisione d'antan (la Superclassifica Show e le partite di calcio anni Ottanta della lunapoppiana Me lo ricordo), facebook e rapporti di coppia (Sono tre giorni che piove, ma anche la 25000 anni fa ambientata ai tempi delle caverne); dall'altro il riflesso condizionato di una quotidianità da loser ormai istituzionalizzata a tutte le latitudini. In tempi di globalizzazione e contaminazione musicale, Jocelyn Pulsar continua ad aggrapparsi a un localismo di tematiche intimo e radicato nel passato, perso in un'Italia che si riscopre sempre più provinciale e stereotipata. 

Mentre altri tentano un aggiornamento pur navigando più o meno nelle stesse acque (vedi alla voce Edipo), Francesco Pizzinelli colleziona l'ennesimo disco sulla falsariga dei precedenti. Con in più questa volta, un sostrato musicale arioso e lavorato (sono della partita Francesco Brini, Matteo Romagnoli, il violino di Nicola Manzan, il sax di Elia Della Casa e un po' tutta la cricca Garrincha) che gli permette di fare ciò che sa fare ancora meglio, rispetto al passato.

Certo, una volta tanto il Pizzinelli ci piacerebbe vederlo schiodarsi e magari anche rischiare qualcosina in più, senza paura per i possibili passi falsi. 

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