Recensioni

6.9

Sbrighiamo subito la formalità: si tratta dell’ennesimo tentativo,
somigliante ad un processo naturale, di mandare a nozze suggestioni
cantautoriali italiche e pulsioni pop-rock anglosassoni, le prime
concernenti un ventaglio maculato a De Gregori, Ivan Graziani, il primo gracile Vasco Rossi, il Samuele Bersani più misurato, le seconde vieppiù riconducibili al solco mastro tracciato dai Pavement e ai ciondolamenti british di Badly Drawn Boy (quest’ultimo influenza evidentissima in Raro non spessore, strumentale piano-chitarra-violino). Chiaro che con queste premesse vai a finire dalle parti dei Perturbazione e degli Artemoltobuffa,
rispetto ai quali il Francesco Pizzinelli – cantante e chitarrista
primo responsabile del progetto Jocelyn Pulsar, giunto ormai al terzo
album – ha forse meno talento compositivo (vedi come lo svenevole
ritornello di La dinamo della bicicletta dilapidi l’incanto indolenzito delle strofe, o quella Franca mentebrillante come il lato c di un lato b) compensato se volete da una
fibra asprigna al confine tra l’ironico e lo sprezzante che lo tiene a
galla sul brodo di giuggiole, si prenda lo sdegnoso disamore (forse) diMi manchi (?) e la birbante disanima del pianeta indie operata nella title track.

C’è
questa lucidità strana, stranamente autorevole, da pensatore nella
cameretta con la faccia illuminata a videogames, comunque perfettamente
in grado di discettare sulle cose della vita, siano essi palpiti
sentimental/esistenziali (Fa male), una carrellata di pigrizie mentali (Luogo comune) o una tenera riflessione sul ruolo stesso delle canzoni d’autore (Ritornasole)
non a caso posta in chiusura di scaletta, a suggerire che tutto o quasi
avviene in una dimensione chiusa, dove la musica è all’incirca il
fruscio provocato dal passare in mezzo alla vita.

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