Recensioni

In molti modi Guardiani della Galassia Vol. 3 può assumere le sembianze di un film spartiacque sia per i Marvel Studios che per James Gunn. Prima di tutto, perché arriva al termine di un viaggio iniziato ormai nel lontano 2014, quello della Fase 2 della Infinity Saga con il primo Volume e, soprattutto, dopo l’imbarazzante passaggio del licenziamento in tronco da parte di Disney per una serie di vecchi (vecchissimi) tweet poco lusinghieri del regista ripescati a tradimento da vari utenti di Twitter con intenti polemici (per usare un eufemismo).
In secondo luogo, il film sancisce il definitivo addio di Gunn proprio a quei Marvel Studios che lo hanno reso celebre per andare a dirigere la neo-nata divisione dei concorrenti della DC (i nuovi DC Studios che verranno inaugurati al cinema dall’annunciato Superman: Legacy, che verrà scritto e diretto dallo stesso Gunn).
Dicevamo spartiacque per i Marvel Studios innanzitutto. Giunta al secondo tassello di questa Fase 5, Kevin Feige e soci possono finalmente rendersi conto (nonostante le parole dette per convincerci del contrario) che avere un autore vero dietro la macchina da presa di una così colossale produzione fa davvero la differenza e non è solo un motivo di vanto con il resto dell’industria dell’intrattenimento. Lo ha dimostrato proprio Guardiani della Galassia Vol. 3, che come i due volumi precedenti, porta avanti la poetica del suo regista, la sua visione di cinema, il suo modo praticamente unico di messa in scena e narrazione, il suo attaccamento ai personaggi e il suo indiscusso talento visivo.
L’impatto di questo suo ultimo contributo è ancora maggiore se lo mettiamo a confronto con la mediocrità che l’ha preceduto (Ant-Man and the Wasp: Quantumania, Black Panther: Wakanda Forever) e l’insufficienza di chi avrebbe voluto continuare sulla stessa falsa riga, ma senza essere in grado di replicarne il perfetto equilibrio tra dramma e commedia (Thor: Love and Thunder), mentre è necessario andare indietro fino a Doctor Strange nel Multiverso della Follia per ritrovare alcuni sprazzi di genialità frutto di un Sam Raimi costretto a lavorare quasi con le mani legate.
Fin dal suo primo film targato Marvel, Gunn ha potuto godere di carta bianca, perché quella sui Guardiani della Galassia era una serie a fumetti tra le meno note al grande pubblico (così come i suoi personaggi) e proprio grazie al regista nato in casa Troma hanno saputo conquistare una larga fetta di appassionati, pur non riuscendo a convincere tutti a causa di uno stile ovviamente sopra le righe, suo vero marchio di fabbrica (e che ha sfidato i suoi limiti alla DC grazie a The Suicide Squad e soprattutto a Peacemaker, serie che riassume perfettamente il Gunn-pensiero sui cinecomic).
Mentre già tremiamo all’idea di un The Marvels fin troppo politically correct (passatemi questo odioso e illusorio termine), è chiaro ormai che i Marvel Studios devono cambiare necessariamente rotta dopo una Fase 4 evanescente e sconclusionata e un inizio di Fase 5 non propriamente convincente con il pessimo Ant-Man and the Wasp: Quantumania, dove potevamo quasi toccare con mano il vuoto cosmico dell’immaginazione di Peyton Reed, chiaramente non a suo agio al di fuori del terreno rassicurante della commedia.
Venendo al film, Guardiani della Galassia Vol. 3 è la perfetta conclusione della trilogia che ha visto al centro personaggi stravaganti come Peter Quill/Star-Lord, Rocket, Groot, Gamora e Drax, ai quali poi si sono uniti anche Nebula e Mantis; è anche il film della trilogia con il maggior numero di scene drammatiche, in cui il tono è leggermente meno divertito perché – oltre alla origin story sofferta di Rocket e alla depressione di Quill – serve a dare a ciascun personaggio la giusta chiusa al proprio percorso, e in definitiva perché Gunn stesso si prepara a malincuore – man mano che i minuti passano sullo schermo – a dire addio a ognuno di loro. Già l’incipit con la versione acustica di Creep dei Radiohead, brano inflazionatissimo ma che qui svolge una funzione precisa che fornisce la chiave di lettura principale della storia, dà l’idea di come questo Volume 3 preparerà il terreno per l’ultima avventura di questo team.
Inutile dire, inoltre, che tra Heart, Fleming Lips, Rainbow, Earth, Wind & Fire e soprattutto una sequenza esaltata da No Sleep till Brooklyn dei Beastie Boys che da sola vale il prezzo del biglietto, anche questa volta James Gunn riesce a consegnarci un mix(tape) coi fiocchi capace di coniugare intrattenimento e riflessione senza mai apparire pedante o al contrario (come capita sempre più di frequente) pressapochista.
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