Recensioni

Diciamocelo chiaramente: la Fase 4 dell’Universo Cinematografico Marvel, fatta eccezione per qualche sparuto episodio come la miniserie WandaVision o la gioia per il ritorno alla regia di Sam Raimi (con Doctor Strange nel Multiverso della Follia) è stata una delusione su tutti i fronti. Sia sul piano contenutistico che su quello prettamente visivo, visto il grande dispendio di energie e soldi su cui i Marvel Studios possono contare. Ebbene, la tanto attesa Fase 5 – quella chiamata a introdurre il grande cattivo di questa Multiverse Saga partita decisamente in sordina – non poteva iniziare peggio. Ant-Man and the Wasp: Quantumania fallisce sotto quasi ogni punto di vista e tradisce in un certo senso quello spirito leggero ma intelligente che aveva caratterizzato i due buoni capitoli precedenti.

Prima di tutto, è evidente che lo Scott Lang di Paul Rudd non è minimamente in grado di incarnare quella gravitas che la storia richiederebbe per l’introduzione di quello che sarà il successore di Thanos in questa saga, ovvero Kang il Conquistatore. Notoriamente tra i cattivi più sensazionali dei Vendicatori della Marvel, il personaggio non solo è dotato di un fascino unico e particolare, garantito dalle sue mille varianti esistenti, ciascuna con le proprie caratteristiche altrettanto uniche (una manna per ogni attore in circolazione, e Jonathan Majors appare una scelta davvero azzeccata), ma anche per tutte le speculazioni filosofiche che è in grado di generare, non fosse altro per la sua capacità di spostarsi nel tempo e nel multiverso.

Tutto ciò non viene nemmeno lontanamente intaccato da Quantumania, che invece parte come una banalissima commedia famigliare – spogliata dell’arguzia e degli ottimi tempi comici dei primi due film (Ant-Man e Ant-Man and the Wasp), nonché privata del vero nucleo comico del franchise (la presenza di Michael Peña e David Dastmalchian, con quest’ultimo tornato ma in un altro irriconoscibile ruolo) – con Scott alle prese con la sua nuova fama di salvatore dell’universo che adesso viene riconosciuto in pubblico (una gag opposta a quella già presente in Endgame) e con la scapestrata figlia che non solo è intelligentissima ma è anche un’attivista sociale (come riunire Elon Musk e Greta Thumberg in un colpo solo). Quando, però, la trama è chiamata a irrompere in questo quadretto (a tipo 10 minuti dall’inizio e come una banale serie televisiva anni Duemila), Quantumania rende fin troppo evidente il suo pilota automatico e si rivela essere un film ponte facilmente dimenticabile.

Eppure, Peyton Reed e soci avevano a disposizione un’avventura nel Regno Quantico, un intero mondo da esplorare che avrebbe dovuto sbalordire visivamente per la sua meraviglia ma che invece risulta essere un altro tassello della svogliata CGI dei Marvel Studios. Tutto o quasi non lascia traccia nella mente dello spettatore, la cui pazienza viene messa a dura prova anche dall’introduzione di quello che probabilmente verrà subito dichiarato come il personaggio più cringe dell’intero MCU: M.O.D.O.K. La storia procede in maniera monocorde secondo i binari prestabiliti: i personaggi attraversano un viaggio prima e una rivoluzione poi senza il minimo sconvolgimento emotivo e senza un briciolo di conflitto che porti a una maturazione ulteriore, o almeno a una significativa.

Un vero peccato, anche perché Majors è un Kang credibile in grado di fornire un’interpretazione diametralmente opposta a quella di Colui che Rimane (presentato alla fine di Loki) e che tornerà con le altre versioni del villain nel prossimo futuro. A fine film, la scritta “Kang tornerà” sembra quasi un’ammissione inconscia che ogni cosa in Ant-Man and the Wasp: Quantumania, a parte il cattivo, può tranquillamente essere tralasciata.

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