Recensioni

Nella scarsa manciata di concerti previsti per promuovere l’ultimo Trouble On Big Beat Street una tappa tocca anche all’Italia, nella fattispecie a Pisa (dove peraltro avevano già suonato in un teatrino parrocchiale nel 1988), preceduti dai locali Ico e i Casi Umani, spiriti affini, ma dal suono più aggressivo. Non sembra nemmeno una vera tournée: quelli americani dovevano essere eventi speciali ai quali avrebbero dovuto partecipare vecchi membri della band, poi bloccati da questioni di visto, mentre anche la formazione che vediamo qui (Keith Moliné alla chitarra, Jack Jones al theremin e a occasionali percussioni, Gagarin ai beat elettronici, Alex Ward a clarinetto e chitarra e ovviamente David Thomas alla voce) non comprende tutti coloro che hanno suonato sul disco.

Questo, unito ai dubbi sui gruppi troppo vecchi, al fatto che i loro concerti spesso non sono lunghissimi e alla notizia che David Thomas è su una sedia a rotelle, poteva far temere un concerto sottotono. Ma il cantante è brillante, in forma, la voce regge più che bene e ha la verve per svolgere con mano ferma il ruolo di maestro di cerimonie (cosa che a un certo punto dimostrerà fin troppo, come vedremo) e i cambiamenti di formazione non hanno mai impedito ai Pere Ubu di essere quel gruppo i cui dischi continuano a sembrare avanti a tutto, anche quelli di 45 anni fa ascoltati ora, un gruppo che pur nei cambi di organico non ha mai abbassato il livello, al netto di qualche fisiologico passo meno ispirato.

E poi il punto è un altro: recentemente Thomas ha scritto che le canzoni vengono meglio la prima volta che le si suona, che le ripetizioni favoriscono l’errore e che suonarle sempre uguali porta rigidità, ne uccide la vita. Con la perentorietà tipica dei manifesti d’avanguardia, ha scritto anche che “con The Modern Dance è finito il rock, con The Long Goodbye sono finiti i Pere Ubu” e poi che con l’ultimo “è finita la canzone”. Lungi da loro, quindi, l’idea di mettere su uno spettacolo preparato rigidamente, strutturato, che magari migliora con le date e la pratica.

Ma siccome in tour le canzoni vanno eseguite di nuovo, allora va bene l’idea di mantenerle come un canovaccio, come qualcosa da ricreare ogni sera con i musicisti che ci sono, con l’ispirazione di quel momento e l’atmosfera della serata specifica, tornando a un’idea di spettacolo come circostanza in cui succede qualcosa di unico, legato al qui e ora. Un’idea che appartiene al teatro più off, ripresa poi dal rock amante dell’happening (e che in fondo sta dietro un po’ all’idea generale di spettacolo dal vivo), che riflette la dialettica presente da sempre nella loro musica tra caos e scrittura, tra il rumore e l’amore per la tradizione musicale americana, tra l’impatto ruvido dei primi ascolti e il pop insospettato che piano piano ci si scopre sotto.

Come si sarà capito i nostri non fanno i dischi tanto per farli, né hanno file di hit da riproporre (o, come fa Dylan, da ignorare): la scaletta perciò si basa prevalentemente sull’ultimo album, anche se non c’è problema a ripescare comunque qualcosa dal passato: tanto basta ricrearlo sul momento.

Così, ai brani recenti si alterna qualche ripresa degli storici inizi (le cose che più somigliano a hit e che il pubblico richiede sono i primi singoli e i brani di The Modern Dance), come una 30 seconds Over Tokyo trasfigurata sulla quale Ward suona un ricordo del giro di basso originale, Chinese Radiation ma anche la sorpresa di una furiosa Georgie Had A Hat (il 1988 di The Tenement Year, nientemeno), con la band in equilibrio sulle strutture dei pezzi cui dà vita, tra la danza intorno al theremin delle braccia di Jack Jones (a quanto pare “Jack” è anche un nome femminile), Alex Ward che padroneggia alla stessa maniera chitarra e clarinetto, Moliné da una parte a ricamare: ogni tanto c’è un accenno di incertezza, ma fa parte del gioco e l’ensemble funziona, con Thomas che in uno dei vari discorsi introduttivi alle canzoni ribadisce il suo concetto che le prove fanno male e che si è bravi a suonare insieme sul momento.

Dopo circa 3 quarti d’ora il cantante dice che il tempo contrattuale del concerto starebbe finendo ma che loro vogliono continuare a suonare, specificando però che non faranno bis: “possiamo stare anche 3 ore sul palco, ma quando scendiamo è finita”. E poco dopo il rischio si concretizza, quando le idee sulle prove e sul suonare nel momento vengono messe alla prova – o confermate, bisogna vedere.

È il momento di Crazy Horses, cover quasi techno di una vecchia, tamarrissima hit degli Osmonds, sulla quale Alex Ward sbaglia gli accenti del riff rispetto alla batteria e l’esecuzione in generale è incerta, rovinando così uno dei pezzi più trascinanti dell’ultimo disco: Thomas si arrabbia, dice che faceva schifo e, dopo aver intimato al pubblico di non applaudire, che la toglierà dalla scaletta. E il brano successivo non migliora le cose, anzi: un’altra cover, dove però i “Crazy Horses” sono quelli di Neil Young e della sua Running Dry (Requiem for the Rockets), canzone mai incisa ma in scaletta da qualche anno, che viene eseguita in modo sommesso e raccolto ma evidentemente neanche qui soddisfacente.

A quel punto Thomas sbotta, “avevamo due canzoni [che avevamo provato]…”, dice che anche quella sparirà dalla scaletta e poi che per lui il concerto finisce lì. Il resto della band è perplesso, un primo tentativo di Jack Jones di sussurrare qualcosa di conciliante all’orecchio del cantante riceve un “NO! NO! NO!” come risposta, gli altri sono in piedi che non sanno se devono salutare il pubblico o se si andrà avanti (il sospetto è che se Thomas non fosse in sedia a rotelle se ne sarebbe già andato, magari durante la canzone).

Dopo qualche altro tentativo della thereminista al quale non si capisce se il cantante risponda più calmo o non risponda proprio, parte una versione di Sleep particolarmente raccolta: sembra voler calmare le acque e, a quanto pare, dà a Thomas il tempo e il modo di fare pace con la serata, il gruppo, l’essere sul palco a cantare. Obbiettivo a quanto pare raggiunto quando, nel flusso della musica, il babbo Ubu comincia a cantare i versi del classico Final Solution; a un certo punto chiede al chitarrista “qual è il prossimo verso?”, Ward ci pensa un attimo e risponde, con la scena che si ripete un paio di versi dopo e la canzone che cresce, sale di intensità fino a trasformarsi nella versione “classica”, solo un po’ più lenta e solenne.

Finisce così, col concerto recuperato su una nota positiva e Thomas che dice “visto? quando suoniamo improvvisando possiamo anche essere bravi”, tra il sollevato divertimento generale di pubblico e band.

A loro modo sono in forma, benché i discorsi classici su gruppi storici e resa dal vivo con loro valgano poco. Resta la bellezza di assistere a concerti in cui ancora succede qualcosa, prove o meno.

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