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Dance Music Fixed” che risolve la questione del corpo che balla senza permesso. Oppure, che si fionda nella contraddizione tra musica da ballare e musica di cervello. La nuova frontiera avant che i Pere Ubusembra vogliano esplorare si riassume con queste dichiarazioni, dette a gran voce sui canali di diffusione della band. Dichiarazioni del tutto allettanti, ma che ci ricordano quanto dicevamo per Long Live Père Ubu!, cioè che non basta dirsele, le cose – Pere Ubu è così non perché dichiara di esserlo, ma piuttosto perché lo ha sempre fatto. I Pere Ubu erano l’incarnazione dellaModern Dance da un lato, e il Pere Ubu (ovvero David Thomas) era l’incarnazione del gradasso tracotante tragicomico pari all’Ubu Roi di Jarry. Parlavamo dell’uscir di metafora, ora citiamo anche l’equilibrio tra parola esplicita e quella implicita – chiave di lettura per Lady From Shanghai, che uscirà parallelamente a Chinese Whispers, libro di cento pagine a firma David Thomas che i diretti interessati ci presentano come il “missing manual” diLady From Shanghai.

Tutto questo vociare in qualche modo funziona come il programma per l’architettura, da un lato un “wanna be” statement, dall’altro un’attenzione alla ricezione e all’uso che ne farà il fruitore, di quel testo come di uno spazio. Un modo anche per avvicinare l’ascoltatore al musicista, tenendo presente che la musica è soprattutto dell’ascoltatore, è lui che deve farsela propria.

Al di là delle aspettative e delle pulci nelle orecchie, Lady From Shanghai è un lavoro sul rapporto tra forme aperte – sfilacciate, fuori dal formato canzone – e forme più chiuse. Si parte con Thanks(pseudo-cover del pezzone disco Ring My Bell di Anita Ward) e Free White, che parlano un codice (soprattutto di basso) che ricorda tanto quel dub infiltrato nel post-punk dei PiL. Una strada interessante e abbastanza inedita per Thomas, per quanto però siano più convincenti le strutture meno definite – o riconoscibili (MandyAnd Then Nothing Happened) – che sono appunto degli statement molto perentori – anche se liquefatti – rispetto alle canzoni che non sempre riescono (escono con il buco) a questi Pere Ubu: accade che ne mostrino il nervo, forse anche le ossa della penna di Thomas, che non è certo mai stato dentro il piccolo mondo pop e che però prova a percorrerne le strutture, quanto meno la forma, l’espressione rispetto al contenuto, da decenni.

Detto questo, diciamo anche che dai Pere Ubu non ci aspettiamo delle conferme ma qualcosa di più. Nel crescendo di fragore di Lampshade Man ci dimostrano di saperci stupire, di poter toccare con estrema facilità – anche – i punti più alti che da sempre hanno esplorato. La chiave, adesso, al di là delle scelte armoniche / disarmoniche, è forse l’ipnotismo della ripetizione e della continua ricorrenza di quelle opzioni di disarmonia. In sostanza sembra un po’ irrisolta la scelta tra il rock’n’roll patafisico di Why I Hate Women e la cacofonia obliqua. La via di mezzo non necessariamente sarebbe un problema, loro possono anche restare sospesi tra i due mondi, l’hanno sempre fatto egregiamente, ma per adesso non sembra ancora una questione del tutto intenzionale.

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