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La definizione di “gigante della musica” non potrebbe essere più calzante per David Thomas: con la sua mastodontica corporatura (in totale contrasto con la voce acuta e “paperesca”) impersona alla perfezione la creatura di Alfred Jarry, e s’impone su tutta la scena nonostante il suo atteggiamento riservato ed imperturbabile. Al di là della stazza, la definizione gli sta a pennello soprattutto per quella manciata di album che hanno cambiato la storia del rock.

Di quei mitici Pere Ubu originari è rimasto solo lui, dopo le innumerevoli incarnazioni che si sono succedute da trent’anni a questa parte. La formazione che lo accompagna è comunque di tutto rispetto: il chitarrista Keith Molina collabora con Thomas anche nei Two Pale Boys, l’instancabile motore ritmico di Michele Temple e Steve Mehlman è solido e possente, mentre Robert Wheeler è il “disturbatore” del gruppo.

Il blues di Slow Walking Daddy è l’introduzione perfetta per il concerto, unica eccezione tra l’altro all’ordine alfabetico della scaletta. La maggior parte dei pezzi successivi è presa dall’ultimo Why I Hate Women e dagli album degli ultimi dieci anni, con pochi ma significativi balzi nel passato. L’esibizione è quantomeno avvincente: il gruppo riesce a coniugare frenesia punk (esemplare Caroleen a questo proposito, davvero irresistibile), allo sperimentalismo onomatopeico dei brani più rarefatti e rallentati. I pezzi sono tutti abbastanza fedeli alle versioni in studio, per quanto Wheeler manipoli imprevedibilmente il suo theremin artigianale (unico strumento rimastogli, avendo perduto i sintetizzatori in viaggio), instaurando una presenza incessante ed ossessiva che permane dall’inizio alla fine.

David Thomas è assolutamente irreprensibile: la sua voce camaleontica balza da un brano all’altro con un’energia che non si affievolisce mai, una furia sonora che si fatica a credere che esca da quel viso statico e quasi restio a cantare. Il gruppo è così ben affiatato che gli unici momenti deboli del concerto, se proprio li vogliamo cercare, sono forse quelli dei classici (The Modern Dance, Street Waves e l’inno Final Solution), mentre la nuova produzione, da Wheelhouse a Flames Over Nebraska, brilla di luce propria tra l’impeccabile esecuzione e la quantità  di energia profusa.

L’unico rammarico della serata è che i Pere Ubu sono paradossalmente il gruppo di apertura (l’headliner è Mick Harvey dei Birthday Party), per cui possono elargire solo un’ora, bis inclusi, della loro musica, lasciando il pubblico appagato da indovinate leccornie, ma non del tutto sazio.

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