Recensioni

Considerando Ray Gun Suitcase come il prologo della rinascita, regolari sono state le scadenze che hanno caratterizzato i Pere Ubu mark III. Quattro anni fa usciva il buon – ma difficile – St. Arkansas, altrettanti prima il discreto Pennsylvania e ora Why I Hate Women, probabilmente il secondo capitolo di una saga a tema, e senz’altro il next-step di una rinascita avant rock di grande intelligenza e onestà.
A parte il solo Keith Moliné alla chitarra, la formazione è praticamente identica (Robert Wheeler, Michele Temple e Steve Mehlman), a cambiare piuttosto è la narrazione che vede un’incompiuta novella pulp sostituirsi alla road story di St. Arkansas. Ciò che cambia qui – ed è qualcosa di significativo – è il corpo del sound.
Dalle crude novelle e dai sofismi dello sforzo precedente, gli Ubu, forti di una produzione più tonda e diretta suonano wave-rock e punk senza troppi fronzoli. Anzi, suonano dannatamente (avant)rock in più riprese (e la forza sta proprio nelle parentesi!).
Non te l’aspetti, Caroleen: voce scorticata, grammatica metal, theremin impazzito e assolo garage finale. E’ un esempio di come Why I Hate Women conservi un giusto mix tra asperità urbane e spazi narrativi senza negarsi l’affondo pesante. Inevitabilmente troviamo gli Ubu a reinterpretare il wave rock d’oggi con una Flames Over Nebraska dallo scheletro Libertines (giuro!) ma con dentro tanto di quel theremin da far saltare Albion intera. E un Mona – l’inimitabile lezione ubu-esca – tra dada e rock angolare.
Pure sul versante “declamatorio” qualcosa cambia: Babylonian Warehouses è un reliquario Joy Division dei più convincenti (ma in verità territorio dei primissimi Ubu al 100%), un aplomb che è quello di Twenty Seconds Over Tokyo per intenderci (ma ricorda dannatamente Candidate); Stolen Cadillac gli fa il paio e forse lo surclassa in climax e crescendo.
L’obliquità cede il passo al motore dunque, e i pistoni si chiamano Wheeler-Thomas: il primo suona il theremin come un Satriani, il secondo scandaglia i consueti versi dell’ossessione con sorprendente concisione. Ne sono due begli esempi Blue Velvet dove c’è tutta la sublime stazza del late night crooner, e My Boyfriend’s Back, una breve missiva diretta a uso e consumo dei Liars. Texas Overture conclude il trionfo dei nostri. E’ un blues-rock in bitume radioattivo sporco e spocchioso. A cantarla è il miglior Thomas da sfottò. A suonarla una band che prende e molla il canovaccio come e quando vuole. Improvvisa e si ricompone, si scorda i riff e li riprende. Per il fan di lunga sarà una manna. Per i kids cresciuti a wave rock, lo stargate per l’avant music. Una bomba.
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