Recensioni

The Long Goodbye: titolo letterario che non si vorrebbe suonasse profetico. Proprio no. Un “no” grande così e ancora più secco, a giudicare da quello che si ascolta in questo ultimo album dei Pere Ubu (ultimo appunto, si spera, solo temporaneamente). Su questo David Thomas ci ha rassicurati, diciamo, per esclusione: «non è l’ultimo album». Ma ci ha messo il carico ugualmente: «contiene ogni canzone e ogni storia che i Pere Ubu hanno raccontato in diversi modi negli ultimi quaranta e più anni. È un momento definitivo».
Se ne deduce che The Long Goodbye sarebbe un riassunto di quarant’anni di carriera. Niente meno. E oltre a rubarci il mestiere – perché è quello che avremmo scritto tutti – il burbero D.T. ha fatto ogni cosa in modo egregio, e così gli altri musicisti della formazione Pere Ubu. Due momenti quasi sbalorditivi: What I Heard on the Pop Radio, una sorta di modern dance aggiornata e rivista come l’incontro in console di techno beats con frasi acide e saltellanti di sintetizzatore e fisarmonica(!), e The Road Ahead, pièce di nove minuti di forbita e allucinante psichedelia industriale. Il resto è inappuntabile. Per maturità, un certo sussiego, ma sopratutto determinazione e inventiva. Le narrazioni avant-rock a tinte noir in cui si incontrano il Marlowe di Raymond Chandler, il Marlowe di Josef Conrad, il killer inside di Jim Thompson, arrangiate con cura maniacale – e quasi cameristica, per non dire, un po’ pomposamente, sinfonica. La voce narrante ovviamente di Thomas, al solito nei suoi modi farneticanti e supercolti – tra alone disturbante beefheartiano, vibrato patafisico e volteggi da teatro musicale. La voce ispida che tutti conosciamo e modulata al millimetro, ma sempre un po’ scontrosa, come la musica della band, anche in brani come Road Is the Preacher o Lovely Day, dove compaiono temi melodici di una squisitezza per certi versi inaudita.
Questo disco forse non aggiungerà niente all’importanza dei Pere Ubu, ma ne rende la misura. Mi rifaccio alle parole del loro storico ispiratore Alfred Jarry. «È consuetudine chiamare Mostro l’accordo insolito di elementi dissonanti: […]. Io chiamo mostro ogni originale inesauribile bellezza». The Long Goodbye fa coincidere benissimo le due cose: dissonanza e bellezza. È un disco bellissimo. È un disco monstre. E come avrebbe detto ancora Jarry nella sua lingua, dopo un iperbolico merdre. «Hourra, cornes-au-cul, vive le Père Ubu».
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