Recensioni
Mentre band molto più chiacchierate navigano a vista festeggiando album cult registrati in passato e sfruttando l’occasione per monetizzare la “retromania” imperante, i Pere Ubu continuano a respirare a pieni polmoni l’aria del presente e a rinnovarsi. Una discografia sterminata pubblicata dopo quel The Modern Dance che tutti conosciamo, un frazionamento della sigla in numerosi progetti collaterali e un David Thomas – unico esponente della line-up originale, nell’attuale incarnazione della band – che a quasi quaranta anni dagli esordi non rinuncia a destabilizzare il suo pubblico. Soprattutto in sede di concerto, dove emerge più forte la teatralità minacciosa e bipolare di un approccio schizofrenico, surreale, serissimo e sopra le righe al tempo stesso, fintamente (o forse no) scorbutico, termine di paragone per una musica ugualmente angolare e in fibrillazione.
Nella data al Bronson di Ravenna lo accompagnano Robert Wheeler (theremin, laptop), il fido Keith Molinè alle chitarre, Gagarin all’elettronica, il classe 1971 Steve Mehlman alla batteria e Darryl Boon al clarinetto (un passato da jazzista), per un set diviso in due parti: la prima incentrata su suoni sfilacciati e legati all’improvvisazione corale (più o meno quelli raccolti nel CD dal vivo The Pere Ubu Moon Unit, pubblicato nel 2015 sotto il marchio di Fire Records ma per ora acquistabile solo nelle date di questo tour); la seconda (cominciata dopo una pausa di circa venti minuti) più canonica e strutturata sulla forma canzone.
Senza perdere troppo tempo nella cronaca pedante legata ai titoli dei brani (tra i tanti eseguiti nella seconda frazione del set, ad esempio, riconosciamo Bus Station, Carnival e Irene, presi dall’ultimo album, Carnival Of Souls), vi diciamo che entrambe le sezioni hanno convinto: se da un lato si è potuto godere di un approccio jazz/noise alla materia fatto di crescendo free, contrappunti disarmonici, sbandate swinganti e scenari elettronici quasi ambient solcati da ruvide frammentazioni nelle geometrie, dall’altro abbiamo ritrovato i Pere Ubu di sempre, ovvero una band capace di picchiare durissimo ma con ricercatezza, in piena tradizione post-punk.
Mattatore della serata è stato il solito Thomas, uno da cui non sai mai cosa aspettarti: si presenta appoggiandosi a un bastone, con indosso un impermeabile e un cappello nero, canta seduto e talvolta biascica dando l’impressione di non ricordare le parole dei brani, è burbero e svogliato un attimo prima e teso e concentratissimo quello dopo, inveisce violentemente contro i musicisti per poi dare l’impressione che tutto faccia parte di un copione pensato nei minimi dettagli, si toglie una scarpa e un calzino per ballare la «sock dance», chiede agli uomini presenti in sala di allontanarsi mentre dedica una canzone alle donne, scende tra il pubblico nel bel mezzo di un brano, prende in prestito un accendino da uno spettatore per fumarsi una sigaretta lontano dal palco mentre gli altri del gruppo continuano a suonare.
Tutto questo diventa il metro di un’esperienza unica che non è solo un qui ed ora musicale arguto, ma anche il modo per apprezzare l’aspetto più teatrale e squilibrato dell’immaginario Pere Ubu. Un’instabilità di fondo poco interessata alla disciplina ma a suo modo impeccabile che fa il paio con una musica con le stesse caratteristiche, diventando una metafora per tutta la storia della band americana. Arte e vita fuse in una cosa sola, un unicum della durata di un’ora e quaranta che chiede a chi ascolta di pensare, e non solo di applaudire supinamente.
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