Recensioni

Che il rock oggi viva soprattutto di memoria, del riverberare di un passato all’occorrenza innestato su nuove situazioni, grazie alla pulsazione incessante e sistematica di quello che Grafton Tanner ha efficacemente denominato “nostalgoritmo”, mi pare oramai attestato. Tanto da avvertire in ogni nuovo disco (rock) una quota più o meno ampia – spesso predominante – di memoir, anche laddove gli autori parrebbero troppo giovani per farvi ricorso, eppure nonostante ciò legittimati da una prassi che ha fatto del ricordare un linguaggio, una postura espressiva.
Detto questo, nel caso specifico parliamo di un libro. Scritto da Gianni Maroccolo, il cui bagaglio di esperienze e – ahilui, ahinoi – la cui età anagrafica giustificano pienamente l’operazione memoir, anzi la rendono oggi quanto mai necessaria, alla luce di quanto accaduto con la reunion dei CCCP prima e dei CSI poi, senza contare il tour dei Litfiba dedicato al quarantennale di 17 Re. Si tratta di un volume particolare per più di un motivo.
Innanzitutto, è parte di un progetto più ampio che ha l’obiettivo di fare ordine nella carriera generosamente caotica e proteiforme di Maroccolo. Un “ordine” che però non perde il gusto del disallineamento, la refrattarietà al canonico, come testimoniava fin dal titolo il pur imponente Il Maroccolario, catalogo dedicato all’opera omnia del bassista e produttore toscano, pubblicato nel 2023 per l’editore Libri Aparte che nel 2025 ha dato alle stampe la raccolta di spartiti Il sonatore di basso nonché l’oggetto di questa recensione, ovvero il suo corrispettivo autobiografico Memorie di un sonatore di basso.
Da quest’ultimo non ci si deve aspettare – lo avrete capito – la tipica autobiografia. Intanto, non procede seguendo un vero ordine cronologico, non è prevista una linearità ma un andamento rapsodico che alterna aneddotica, bilanci e reminiscenze pescando dal pozzo dei ricordi secondo “stanze” tematiche, ovvero album, band, progetti, situazioni specifiche quali la dimensione del concerto, o il lavoro di scrittura, la produzione, la promozione, il rapporto con le band emergenti eccetera. Emerge insomma il cuore ora lucido e ora sfocato ma pur sempre pulsante del ricordo che ancora sembra tremare nel petto, degli accadimenti che comunque accadono e le cui conseguenze sono conti sempre aperti con la vita, con l’immaginare la vita, col bisogno e l’attitudine di farne uno spazio di incontro, confronto, scoperta, mutazione.
Proprio questa tensione corale si riflette nella forma del racconto a più voci, che prende le mosse già con l’introduzione affidata al filosofo della scienza Telmo Pievani (il quale con Maròk ha collaborato in Nomadic) e col godibilissimo racconto-prefazione di Sacha Naspini, per poi diventare una sorta di contrappunto narrativo allo srotolarsi del filo mnemonico di Maroccolo, al quale si alternano pagine a firma Claudio Rocchi, Alberto Pirelli, Giorgio Canali (caustico e spassoso come sempre) e Giovanni Gasparini, fino all’intervento in postfazione di Giovanni Lindo Ferretti (che ripercorre quattro decenni con passo vertiginoso e solenne).
Interessante notare come tra i termini “sonatore” e “sognatore” passi appena un carattere di differenza, alludendo alla contiguità di due concetti che nel caso in questione sembrano in più casi sovrapporsi, come quando Maroccolo scrive: “Se si è in grado di cogliere i segni e di interpretare gli eventi, si può morire e rinascere più volte”. Frasi come questa risuonano con episodi che restituiscono il senso di alea e predestinazione, ad esempio il seguente relativo alle sessioni di Ko de mondo:
“In generale, ci sono sempre momenti strani e improvvisati durante le sessioni di registrazione. A volte succede che, lavorando insieme, ognuno di noi inizi a suonare seguendo i propri ritmi biologici, e così, spesso, i più mattinieri erano Francesco e Massimo. Mi ricordo che, mentre io ero ancora a letto, sentivo Francesco suonare un giro al pianoforte, o forse con un sintetizzatore. L’ha fatto per ore. Quando scesi giù, Giovanni arrivò e ci siamo messi a suonare insieme. Nessuno gli andava dietro all’inizio, ma piano piano mi attaccai con il basso, e Zamboni trovò il riff. Così, alla fine, nacque Del Mondo, grazie alla tenacia di Francesco, che non mollò il colpo”
Se c’è un messaggio che attraversa le pagine, è almeno duplice: nella collaborazione accade qualcosa di imponderabile e persino magico che eccede sempre la somma delle singole parti, ma accade solo se c’è una comune disponibilità a procedere verso gli altri e riconoscersi nella pluralità di sguardi, codici, sensibilità, nell’equilibrio fragile di un incontro complesso. Questa fragilità è elemento cruciale, perché causa la fertilità di idee, intuizioni, illuminazioni, ma ovviamente determina al tempo stesso la stanchezza delle relazioni, il logorarsi e spegnersi dell’incontro stesso.
Tra le righe (ma non troppo) si avverte la sensazione che Maroccolo sia solo nella sua passione/ossessione centripeta (“Ho sempre avuto un approccio alla musica che iniziava e finiva con la musica stessa. Tutto il resto mi interessava relativamente”), accartocciato sul quattro corde e sulle macchine che gli consentono di tessere suoni. Ma è una solitudine, come dire, abitata: di confronti, scambi, simbiosi. Perché ogni chiusura, come scrive nelle ultime righe del libro, prevede o deve prevedere un’apertura, ed è proprio quello che sta alla base della serie di album intitolati Alone, forse il progetto che rappresenta più compiutamente la visione sonora di Maròk.
Quanto al resto, è una lettura piacevole per come sembri priva di mediazioni e obiettivi, senza alcuna intenzione cioè di costruire o ribadire un personaggio, mossa solo dal desiderio di fornire una forma ulteriore a ciò che di musicale sappiamo essere correlato a Maroccolo. Non ci sono giudizi, né operazioni di scavo psicologico, ma accadimenti per come vivono ancora nel ricordo. E lezioni imparate, gratitudine, anche un po’ di incredulità per come certa musica, certe canzoni, dopo tanti anni sappiano ancora scuotere e meravigliare.
“In fondo, carcassa a parte, sono lo stesso di allora”
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