Recensioni

In principio fu la mostra retrospettiva, con annesso annuncio che il nucleo di base dei CCCP – Fedeli alla linea si sarebbe ritrovato su un palco per presentarla, dopo che dissapori e distanze tra i quattro erano stati gradualmente ricomposti (non con Umberto Negri, evidentemente, ma tant’è…); e molti avevano sia sperato che temuto che la cosa non si sarebbe fermata lì.
Poi effettivamente la serata arrivò e in effetti, oltre a presentare, i nostri suonarono anche, aiutati da un gruppo fatto per lo più di ex-Üstmamò. Seguì l’annuncio delle date a Berlino, dov’era nato tutto, poi quello del tour italiano con brani in più in scaletta e, quest’anno, quello delle date finali, che dovrebbero esserlo “questa volta sul serio”.
Come ai bei tempi, è stato subito clamore e polemiche: da parte di chi evidentemente si è reso conto solo l’anno scorso che nel mondo della musica c’è un problema di costo dei biglietti, di chi non ha digerito l’ormai antica svolta di Ferretti, di chi pensava che la mossa di Scanzi sul palco servisse a far arrabbiare – ed ha accontentato il gruppo insultandolo appunto ai concerti – di quelli che odiano le reunion, di quelli che si sono lanciati in fantasiose analisi secondo le quali un gruppo che aveva fatto una sua sintesi tra due anime della sinistra, come quella tradizionale e quella urbana anni ’70, non fosse “mai stato di sinistra” (un bel coraggio, anche se qualche testo poteva far sorgere qualche dubbio), e così via.
Personalmente, riteniamo che i gruppi che hanno caratterizzato certe stagioni facciano sempre un po’ di “museo”, che i concerti siano comunque una cosa del momento preciso in cui avvengono e che, quindi, un loro senso ce l’abbiano sempre. Alla fine conta la resa musicale e il contatto col pubblico; ma certo, per un gruppo legato così tanto agli anni in cui è nato, al contesto culturale e politico, a un mondo sparito dal quale traeva senso, era più difficile trovare un significato nuovo adatto all’oggi – a meno di non reinventarsi una modalità per collocare nel contemporaneo l’approccio del gruppo – anche perché ai tempi si disse che, dopo la caduta dell’URSS, non era più possibile trovarne uno e l’unica cosa possibile era fare i C.S.I.
E infatti alla fine è stata archeologia (“Altro che nuovo nuovo” avrebbe dovuto essere il titolo di quest’operazione, invece che quello del live degli esordi ritrovato): il gruppo si è spinto avanti fino alla tournée ma non fino ai dischi nuovi, e quest’anno dovrebbe appunto sancire la fine del discorso CCCP, a meno di altri colpi di scena.
Di questo resuscitare per mettere a dormire definitivamente, Gran Galà Punkettone testimonia il primo atto, ovvero il concerto a sorpresa associato alla presentazione (il CD; il DVD invece testimonia tutto), e come sempre le perplessità si mescolano ai lati positivi.
Nella quarantina di minuti per 9 brani (ma uno è un breve recitato di Annarella Giudici), riemerge senz’altro la bellezza di quelle canzoni, resa da una band potente nella quale il violino di Ezio Bonicelli, ad esempio, dona sfumature nuove al monolite cingolato di Emilia paranoica, anima Radio Kabul e prende egregiamente il posto dell’organo in Libera me Domine e della fisarmonica in Amandoti, e suona Morire come se fosse l’originale.
D’altra parte, oltre a chiedersi perché, in una scaletta così breve, ci sia quello che doveva essere uno scherzo estemporaneo come Oh battagliero – detto che il monologo aggiunto sul finale di Radio Kabul non aggiorna davvero il discorso della band – le perplessità maggiori arrivano da Ferretti: quella di una voce stanca e anziana è un’impressione iniziale che passa abbastanza presto, un paio di errori nella serata d’esordio ci stanno e nei live tardi dei gruppi con carriere lunghe bisogna mettere in conto che gli anni passano e le persone cambiano, portandosi a volte dietro le canzoni e il modo di sentirle e renderle. Quello che suona vecchio – ma è più esatto dire ripetitivo e logoro – sono alcuni noti vizi del suo modo di cantare, qua e là anche accentuati. Né aiuta quando va su frequenze troppo nasali o quando, alla fine di Morire, aggiunge all’elenco “tatuaggi e piercing” senza dire altro, senza una di quelle sue metafore o considerazioni argute (anche quando non eravamo d’accordo) alle quali ci aveva abituati.
Come testimonianza è importante; come ascolto, nonostante i difetti menzionati, è generalmente piacevole.
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