Recensioni

6.9

Tredici anni dopo Tomorrow’s Harvest i fratelli Mike Sandison e Marcus Eoin riemergono dall’oblio, ora che il loro vocabolario è ormai lingua franca del disagio contemporaneo. L’estetica dei nastri degradati, corridoi vuoti, ronzii al neon e ricordi d’infanzia guasti, coltivata in clandestinità dagli anni Novanta, è dilagata ovunque: dalle colonne sonore all’iconografia liminale che riempie gli schermi di chi ha metà dei loro anni. Il folklore privato di un pugno di iniziati è diventato rumore di fondo di un’intera cultura della rovina online, e Inferno arriva con l’onere di sorprendere chi ha imparato a imitarli. La risposta è alzare la posta su ogni fronte: cosmologia, religione, occulto, apocalisse, intelligenze meccaniche. Diciotto tracce, settanta minuti, una valanga di idee che si accavallano. Il disco dà subito l’impressione di traboccare di intenzioni, ma nessuna riesce a tenersi insieme alle altre.

Geogaddi era un labirinto numerologico chiuso a chiave, In a Beautiful Place Out in the Country sussurrava l’invito della setta dei Davidiani nei pressi di Waco, Tomorrow’s Harvest immaginava un futuro che non sarebbe arrivato e lo faceva con una sola idea portante, tenuta fino in fondo. Inferno smette di temere la fine e la mette in scena, moltiplicando i segni invece di scavarne uno. La geometria resta l’esagono, sigillo dello studio Hexagon Sun e dell’intera mitologia che intreccia numerologia, sette e apocalisse, ribadito dalla campagna promozionale a base di cassette VHS senza mittente, manifesti notturni, il vecchio sito riacceso con la scritta nobody home, perfino le ipotesi dei fan su un richiamo a Waco. Eoin aveva descritto l’esagono come la possibilità di vedere la realtà per quella che è, la matematica grezza, i pattern che fanno ogni cosa, il mago dietro la tenda di Oz. Qui la figura si scopre in trappola e descrive l’album stesso, un sistema chiuso che si nutre dei propri segni, il cerchio dantesco aggiornato a sistema operativo.

Sul piano sonoro la prima metà è un susseguirsi di set-piece autosufficienti. Introit apre come un introito eucaristico, il canto d’ingresso di una messa, che qui è una messa rovesciata, arpeggi che salgono su un letto di synth spettrali che si accavallano per pochi secondi prima di spegnersi e cedere il passo a Prophecy at 1420 MHz, dal piglio insolitamente rock. Chitarre affilate su reminiscenze di The Campfire Headphase galleggiano su ritmi marziali e una voce che definisce Dio “the ultimate resonance“, il sacro ridotto a portante per onde corte. Hydrogen Helium Lithium Leviathan è il loro gesto più nudo e identificabile da Music Has the Right to Children, synth carpenteriano, storto e malato, quasi un manierismo della propria firma. Father and Son taglia una crisi di fede in voci ripitchate, “I love you, but I love the Lord more“, e vira in una psichedelia digitale mutante. Age of Capricorn macina lettere casuali su un sermone sacerdotale, un altro oggetto perfetto e incomunicante. Ogni brano è una miniatura compiuta, e proprio per questo nessuno tira gli altri verso un centro di gravità.

La seconda metà si assottiglia in paesaggi familiari, meno voce e più synth meditato che ripercorre la stessa tavolozza senza spingerla altrove. Restano isole vive, la spavalderia di Naraka con il suo basso urgente e il canto Hare Krishna, le voci più calde del disco, e la stratificazione di The Word Becomes Flesh, lounge-funk incrinato dal ronzio di un hardware guasto fino a una darktronica quasi ballabile. Intorno, gli stilemi tornano su sé stessi, beat, voci sepolte e synth detuned rientrano come citazioni di sé, e brani come All Reason Departs, dove appare un testo tratto da Magik di Aleister Crowley, si dilatano senza meta.

Balance dei Coil, intervistato da Paul Nolan nel 2004, raccontava i Boards che si disconnettono da internet mentre registrano, “a hermetically sealed environment”, e quell’isolamento è sempre stato il loro motore. Tomorrow’s Harvest si sigillava e intanto portava avanti un discorso. Inferno si sigilla e si guarda dentro, e l’ermetismo scivola verso il vezzo, un mondo a tenuta stagna di nastri, cifre, falò e zolfo che stavolta gira a vuoto.

Il contesto è un Occidente che ha barattato l’utopia di rete degli anni Novanta, quando l’IDM nasceva con la promessa del cyberspazio, con un presente di disordine geopolitico e macchine che raccolgono memorie e identità. Quella corrente prometteva intelligenza dentro la macchina, e oggi la macchina indicizza ogni parola e ci coltiva come raccolte di dati, il Leviatano evocato in Hydrogen Helium Lithium Leviathan. Memory Death e The Process chiudono nel balbettio di una voce sintetica che dal panico passa alla disgregazione, la ragione che si congeda. Il quadro teorico è imponente, la materia trabocca, e tuttavia manca il centro che permetta di inquadrarla. Dove Tomorrow’s Harvest guardava il vuoto lasciato dall’umano con una sola, fredda lucidità, Inferno guarda la presenza distorta di ciò che resta ammucchiando segni che non sempre si parlano. I fratelli non hanno mai consolato, e qui certificano la fine con grande mestiere.

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