Recensioni

Apro a caso. L’occhio cade su Live In Punkow: è un album dei CCCP Fedeli alla linea, venne registrato nei primi anni Ottanta e tra aprile e giugno del 1990, pubblicato nell’autunno del 1996 in formato CD e LP. La scaletta è composta da diciotto tracce per cinquantotto minuti e zero secondi di durata. Gianni Maroccolo vi figura come bassista, programmatore, manipolatore e produttore artistico in tre pezzi. Altri dettagli: oltre (ovviamente) alla tracklist, scorro l’elenco di tutti i musicisti coinvolti, di produttori, tecnici, autori dell’artwork, etichetta, editore, numero di catalogo e della ristampa. In più, c’è una nota. Che inizia così: “Registrato dal vivo negli anni Ottanta. Questo disco suona come una Trabant. Tre cilindri, tre marce, prima, seconda terza. Alcune canzoni in mono, altre in pseudo-stereo, citazioni sparse; interpretazioni sentite, ardite dissonanze. Bassa fedeltà in quanto alla tecnica, alta fedeltà alle linee di programma. All’epoca del suo concepimento c’erano Pankow, il Muro, la DDR, l’Unione Sovietica, il KGB. Alcuni popoli erano felici, altri meno. Istituzioni fatiscenti dal forte fascino retrò.” Eccetera.
Questo lo schema di base delle oltre 1600 voci che costituiscono Il Maroccolario, una catalogo – anzi: un censimento – di tutte le testimonianze sonore (dischi, canzoni, video…) in cui il classe 1960 Gianni Maroccolo (bassista, compositore, arrangiatore, tecnico del suono, produttore…) si è trovato coinvolto dal 1980 al 2022. Proviamo a stilare una lista sommaria: ha fatto parte di Litfiba, Beau Geste, CCCP, CSI, PGR, Marlene Kuntz e IG (con Ivana Gatti), ha pubblicato da solista e in collaborazione con Claudio Rocchi, Edda e Antonio Aiazzi, è stato produttore artistico e strumentista per Statuto, Timoria, Üstmamò, Luciferme e Miro Sassolini tra i molti altri.
Un attivismo proteiforme e (perciò) difficile da circoscrivere, da pedinare e ancor più da prevedere. Il Maroccolario offre quindi una mappa, è una raccolta di indizi e referti, una storia clinica e una anti-storia che attraversa in obliquo anni, scene e situazioni. Se la confezione – copertina rigida telata, carta di pregio – fa il paio con la severità dell’impostazione grafica interna, il tutto armonizzato per così dire all’autorevolezza del progetto, al contrario i font variegati e la disposizione libera dei caratteri in copertina autorizzano a pensare che il titolo rimandi non tanto all’idea di vocabolario quanto a quella ancora più desueta e persino fiabesca (diciamo pure: pinocchiesca) di abbecedario. Quasi a rimarcare la componente giocosa – un’irriverenza fisiologica – che innerva lo spirito del lavoro, cioè di questo volume e dell’opera più che quarantennale di Maroccolo.
Come già accennato, nella struttura puntuale ed esaustiva tipica del catalogo si inseriscono talora note e curiosità: quindi aneddoti, pensieri, testimonianze, retroscena. Sono, per così dire, le fioriture di quello che brulica sotto le fattezze macchiniche dell’archivio. Una vibrazione che diventa tangibile e dominante nelle pagine finali dedicate ai “Pensieri a margine”, in cui Maroccolo stesso traccia bilanci, delinea propositi, solleva memorie, allude a qualche rimpianto, mescola insomma con passione e disincanto la pozione della propria poetica.
Il curatore Giuseppe Pionca ha portato a termine un’impresa che ricorda – senza esagerazioni – quelle di Nicholas Pegg per David Bowie o di Mark Lewisohn per i Beatles. E questo ci porta ad affrontare una sensazione collaterale: non sarà troppo? In realtà, il senso di (auto)celebrazione è un po’ più che latente, non potrebbe essere altrimenti, tuttavia il punto sembra essere un altro: sta in come Maroccolo intende essere percepito, valutato, interpretato. Nel suo lungo percorso di “tessitore di relazioni”, Marok ha prodotto moltissimo materiale sonoro, che organizzato secondo regole critiche e biografiche diventano a buon diritto un corpus (e anche piuttosto… corposo, come abbiamo visto), ma proprio questa compilazione è un lavoro che non può essere lasciato ai criteri statistici e alla post-attendibilità tipica del web.
Come scrive Fabio Fantini nella postfazione, “digiti qualsiasi cosa sul motore di ricerca e la trovi. Ma mica sempre. E poi lì è tutto alla rinfusa, devi saper gestire il caos, devi fare uno slalom tra nozioni vere, finte, pubblicità, gente che ti vuol vendere criptovalute o apparecchi acustici”. Pionca ha invece realizzato, come dire, qualcosa di solido, uno strumento che “unisce concreto a concreto: la concretezza dell’atto alla concretezza dell’idea”.
A mio avviso però si deve tenere conto di un altro aspetto, correlato ma distinto: questo volume si propone come un corollario artistico da un lato e come gesto esistenziale dall’altro. Mi ha fatto pensare ad Alberto Savinio che negli anni Quaranta decise di realizzare la sua celebre Nuova Enciclopedia con la seguente motivazione: “Sono così scontento delle enciclopedie, che mi sono fatto questa enciclopedia mia propria e per mio uso personale”. Ne uscì un volume (che vide la luce solo nel 1971 per Adelphi) anomalo, bizzarro, straordinariamente erudito e assai divertente, che si proponeva come “un’antistruttura mobile e variamente ricomponibile” (Lucilla Lijoi).
Proprio un simile rifiuto della struttura e dei percorsi standard di lettura/interpretazione, assieme alla cura del peso specifico dei contenuti (in termini di attendibilità e profondità), fanno del Maroccolario uno strumento di interpretazione che scardina la prassi dei legami deboli del web, recuperando il senso e il valore della discografia in un momento storico che vede il concetto stesso di discografia polverizzarsi (per le piattaforme di streaming e per l’utente/ascoltatore) tra lo spumeggiare incrociato delle playlist e del “nudging” algoritmico.
Un volume come questo è insomma una “cosa” preziosa, da contrapporre alle “non cose” che stanno dettando sempre più le prassi e l’agenda del quotidiano. Ed è una guida, un appiglio, una bussola: per la lunga, sfaccettata carriera di Gianni Maroccolo, e per il senso del fare e ascoltare musica in generale.
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