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Nelle acque del continuo interrogarsi di osservatori e aspiranti lettori di quest’ultima parte di carriera di Pedro Almodóvar, così viva, liquida e per questo affascinante, il faro per orientarsi resta inevitabilmente la voglia del cineasta spagnolo di continuare a interrogarsi su se stesso e a mettersi in discussione. Ovviamente attraverso il cinema.

Una tensione che Almodóvar ha in realtà sempre coltivato lungo tutto il suo percorso, dimostrando più volte come realtà e finzione siano due livelli intrinsecamente connaturati e necessari al racconto l’uno dell’altra. La differenza sostanziale, oggi, è che con l’avanzare degli anni gli interrogativi si sono fatti più urgenti, come scanditi dall’avvertimento di un timer. Senza però che questo lo conducesse all’autocompiacimento. Semmai, se una tentazione emerge, è quella di rischiare ancora di più.

Raùl Almodóvar.

Amarga Navidad, arrivato in concorso alla 79esima edizione del Festival del Cinema di Cannes, appena due anni dopo La stanza accanto, — premiato a Venezia con il Leone d’oro, il primo conquistato dal regista per un suo lungometraggio — riflette tutto questo in maniera tanto netta da risultare quasi spiazzante.

La formula di base è quella consueta e amata: al centro del racconto c’è un protagonista alter ego meta-cinematografico del regista, Raùl (Leonardo Sbaraglia), che però in questo caso è a sua volta autore di un altro film — proprio quello cui il titolo fa riferimento — con un’ulteriore protagonista alter ego. Un doppio livello di rifrazione tra fiction e vita reale.

L’attenzione dello spettatore si concentra soprattutto su quest’ultimo piano narrativo, dove una regista pubblicitaria un tempo di culto, Elsa (Bárbara Lennie), si trova ad affrontare un difficile ponte dicembrino, alle prese con l’elaborazione di un lutto pesantissimo e con emicranie sempre più invasive, mitigate soltanto dalla presenza del compagno Bonifacio (Patrick Criado). Nonostante gli sforzi, la donna sarà costretta a fermarsi e, insieme all’amica Patricia (Victoria Luengo), forse tradita dal marito, partirà per Lanzarote, dove tornerà lentamente a scrivere, ritrovando l’ispirazione di pari passo con una nuova apertura verso il mondo.

Vacanze a Lanzarote.

Fin qui nulla di realmente nuovo. Del resto questo tipo di autofiction come strumento analitico e creativo è un marchio di fabbrica di Almodóvar e, più in generale, del cinema contemporaneo. Come se non bastasse, all’interno della pellicola si ritrova una summa quasi scolastica della filmografia del regista spagnolo: dall’uso della musica come svolta narrativa — con Las simples cosas e Amarga Navidad di Chavela Vargas — alla centralità della figura materna, passando per il conflitto tra universo femminile e maschile fino alla ritualità dello spogliarello.

A un certo punto, però, il focus cambia ancora livello e al centro del film tornano i presupposti stessi con cui Raùl ha ideato Amarga Navidad. A incrinarli è il j’accuse della sua collaboratrice più stretta, che demolisce ciò che ha scritto bollandolo come mediocre e, soprattutto, accusandolo di essere diventato un artista ridotto a nutrirsi delle vite altrui.

Raùl — e quindi Almodóvar — diventa per lei un regista incapace di accettare che il proprio tempo sia passato e che, per il bene suo e di chi gli sta accanto, dovrebbe comprendere di essersi trasformato in una fonte di malessere. È un momento catartico di rara lucidità e commozione, in cui il cineasta arriva a destrutturarsi completamente, mettendo a fuoco tanto la propria collocazione esterna — qual è oggi il mio ruolo nel mondo? — quanto quella interna — qual è oggi il mio ruolo rispetto ai miei bisogni? —.

Belli belli in modo assurdo.

Probabilmente mai come in Amarga Navidad il regista spagnolo si era vivisezionato con una simile freddezza, arrivando addirittura a realizzare un film su un altro film consapevolmente mediocre. Una scelta che mette a rischio l’intera operazione ma che, indipendentemente dal giudizio finale, appare clamorosa per il modo in cui approfondisce le possibilità del cinema come strumento di autoanalisi.

Il passo successivo, e forse definitivo, Almodóvar lo compie però nel momento in cui tira le somme delle scoperte fatte su se stesso attraverso il film, evitando qualsiasi discorso generalizzato, magniloquente, demagogico o definitivo. Al contrario, restringe ulteriormente il campo, rimanendo ancorato a una dimensione intima ed emotiva che lo spinge non a chiudere il cerchio, ma a rilanciarsi ancora una volta.

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