Recensioni
Marisa Anderson
The Anthology of UnAmerican Folk Music
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Edoardo Bridda
- 25 Maggio 2026

Marisa Anderson è una nota sabotatrice dell’idea di folk americano. Nella sua musica convivono tanto i basamenti del songbook stelle-e-strisce — country, folk appalachiano, bluegrass — quanto contaminazioni che spaziano dal minimalismo alla Philip Glass al flamenco, passando per jazz e gospel, il tutto ripensando l’american primitive di John Fahey, Robbie Basho e Leo Kottke in una chiave profondamente personale. Da una parte c’è un orizzonte da stagliare su droni e accordature aperte, dall’altra un’idea di improvvisazione come conversazione: parti registrate in tempo reale, sviluppate e intrecciate come tessere di un mosaico. Il suo fingerpicking è riconoscibile tanto quanto l’avvicendamento di chitarre acustiche, elettriche e slide, dentro dinamiche fatte di microvariazioni che scansano costantemente ogni rischio di virtuosismo esibito.
Se Into The Light — oggi considerato da molti il suo capolavoro — giocava sull’idea di uno sci-fi western con inevitabili echi morriconiani, impressionismo chitarristico e tocchi di flamenco, dal successivo Cloud Corner il suo sguardo si è aperto con maggiore decisione al mondo, mescolando musica tuareg, ritmi latinoamericani, desert blues e psych folk. Laterali ma degne d’interesse le successive collaborazioni: quella con Jim White, costruita sul dialogo improvvisativo e sulle derive free folk, e quella con William Tyler, che riprende il concetto dei “futuri perduti” di fisheriana memoria. Still, Here, nel 2022, è dunque il classico disco della maturità, quello in cui confluisce tutto ciò che Anderson aveva assimilato fino a quel momento; ma The Anthology of UnAmerican Folk Music rappresenta ancora più compiutamente il punto d’approdo di una carriera ormai più che decennale.
Lo è da un punto di vista concettuale, storico e politico. Un disco profondamente anti-world music, che riflette su come le musiche migrino, vengano filtrate e talvolta apertamente censurate. Per questo lavoro Anderson ha avuto accesso agli archivi privati di Harry Smith — il curatore della storica Anthology of American Folk Music del 1952 che influenzò intere generazioni di musicisti americani — trovando al loro interno centinaia di registrazioni non americane. Da lì nasce un progetto di reinterpretazione attraversato da una sottile denuncia: incorporare musiche provenienti da paesi con cui gli Stati Uniti sono stati in conflitto dal 1970 in avanti — Afghanistan, Yemen, Vietnam, Siria, Uzbekistan, Armenia e altre aree dell’Asia centrale e del mondo islamico.
Fahey e Basho restano nel cuore del linguaggio di Anderson, ma qui diventano il medium di un attraversamento squisitamente immaginifico, un dialogo rispettoso tra la propria grammatica chitarristica, i materiali originari e una personale concezione dello spazio sonoro che ricolloca nel territorio americano un affresco musicale inedito e tutt’altro che imperialistico.
Vale la pena entrare nel dettaglio delle principali commistioni proposte, perché l’album è vivisezionabile in ogni sua influenza e soluzione strumentale pur restando sempre superiore alla propria, già affascinante, dimensione concettuale.
Quodlibet è un pezzo bluegrass applicato a melodie modali uzbeke legate ai repertori dambura o dutar, con droni di fisarmonica sfruttati per simulare i quarti di tono impossibili da riprodurre sulla chitarra occidentale. Rabāba parte invece da una registrazione del 1968 proveniente dall’area Sudan/Eritrea, legata alla tradizione tanbūra: la fuga di una mucca rossa viene resa attraverso requinto jarocho, tres cubano, chitarra elettrica, droni minimali e pattern percussivi.
Sarvi Simin prende spunto dall’Afghanistan in epoca sovietica; Taqsim for Guitar rilegge la forma improvvisativa araba del taqsim siriano; Zar nasce da una melodia yemenita collegata ai rituali di guarigione ed esorcismo; Pair of Duduk lavora sulla tradizione armena del duduk attraverso tastiere stratificate e droni ambientali; Hamd trasfigura un canto qawwali pakistano in intrecci di chitarre elettriche e accordion.
L’enigmatica Rop Koh, con le sue strutture cicliche, le variazioni minime e le melodie quasi pentatoniche, sembra muoversi in territori prossimi alle musiche rituali del Sud-est asiatico: un minimalismo contemplativo che nella conclusiva Whistle Song diventa quasi un esercizio zen fondato su una straniante circolarità, uno staccarsi progressivo dalle culture e dai contesti per farsi puro spirito e trascendenza.
The Anthology of UnAmerican Folk Music è allora un disco in cui il rimosso, il “non americano”, l’escluso e il censurato trovano una collocazione naturale e inclusiva. Una ricorsività virtuosa che, assieme alla mano della protagonista, attraversa i confini geografici e temporali per entrare in quelli più profondamente musicali. Del perché la musica è una parte così essenziale delle nostre vite.
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