Recensioni

Il ritorno di papà Fabri Fibra sul mercato, è inevitabile, va seguito sempre con grande attenzione perché, piaccia o no, il suo ruolo nella scena di oggi è tutt’altro che di secondo piano. Lo capisci molto chiaramente guardandoti intorno, che il cinquantenne proteggé di Neffa ha ancora tanta influenza in quello che possiamo definire l’immaginario rap/urban contemporaneo, complice anche la recente apparizione in Nuova Scena. Una figura per certi versi anomala, in grado più di tutti di sguazzare bene in un “hip hop” contemporaneo “liquido”, senza piante stabili, concetti o valori a cui appigliarsi. Non c’è da stupirsi: è l’era dello streaming da playlist, dell’immagine iper-caricata e del contenuto iper-smagrito. Del flusso di coscienza che sostituisce il concept. Del ritornello che supera la strofa, delle melodie, degli artifici. Tutte cose che col tempo abbiamo (tristemente) imparato ad accettare. Ma va bene così, il tempo scorre, tutto si evolve, e nel bene o nel male ci facciamo i conti, imparandone a coglierne i punti forti.
Fondamentale allora capire cosa il buon Tarducci può dire e dare in una scena di cui è sempre stato protagonista, veterano, iconico uomo da copertina. Tre anni fa Caos cercava di darci una risposta tutto sommato convincente sul Fibra del nuovo decennio: pop ma affilato, giocoso ma profondo, annoiato ma estremamente maturo, ispiratissimo ma non sempre entusiasmante. Insomma il Fibra con i capelli bianchi (vedi anche Fenomeno) vive di contraddizioni, tra impareggiabile grandeur espressiva e compromessi con le modernità, tra classifiche e cuori della gente. È un gioco che accetta di fare in un difficile bilanciamento tra cosciente ipocrisia, paraculismo ben dosato, il solito cinismo sprezzante, e una profondità ponderata e squisitamente “conscious”. Un gioco che solo Fibra forse può portare avanti in questo modo, strappando consensi sia da chi custodisce gelosamente un vinile dei Sangue Misto, e chi del gruppo bolognese non conosce neanche il nome. Un gioco che continua in Mentre Los Angeles Brucia, undicesimo album da solista.
Un titolo emblematico, strappato ai titoloni sui disastrosi incidenti che hanno piegato la città degli angeli qualche tempo fa, diventato simbolo esistenziale di individualismi, ostacoli vari e ambizioni a contatto con lo scorrere del tempo. Temi che, per la maggior parte, abbiamo già ritrovato nel sopracitato Caos. Affinità tra uno e l’altro disco che si moltiplicano a vista d’occhio. Vuoi per l’intro-omaggio cantautorale di entrambi, Caos con Il Cielo Nella Stanza di Gino Paoli per riassumere una carriera intera, questo con L’Avvelenata di Guccini per accusare l’industria discografica (L’avvelenata (Pretesto)). Vuoi per le critiche sociali in cassa dritta di Che Gusto C’è e Stupidi, dichiaratamente simili a Propaganda per contenuto e sound. Vuoi infine per una struttura biforcata dove featuring luccicanti, punchline affilate e cafonissime trappate incontrano un lato introspettivo sempre più lucido e interessante, in grado di scuotere, e parecchio, con la riflessione più che con la violenza linguistica di un tempo.
L’album allora non inventa niente, rimane la testimonianza scritta di un orgoglioso purista a contatto con il mercato e le logiche dei grandi numeri. Una figura che può permettersi di essere ipocrita senza perdere autenticità (“Tutti in cerca del singolo estivo, pure io non prendiamoci in giro”, afferma in Karma OK). Quindi via! Via di featuring luccicanti: Noyz Narcos in una stanchissima spacconata di strada (Sbang), Gaia e Massimo Pericolo in una Candy Shop rivisitata, clamorosamente inutile, curiosamente erotica e indubbiamente simpatica (Salsa Piccante), Tredici Pietro, Papa V e Nerissima Serpe nelle sopracitate Che Gusto C’è e Stupidi, Joan Thiele in un deludente e sdolcinato quadro milanese dal sapore 80s (Milano Baby).
Il papà che gioca con i figli, il veterano che vuole inserirsi e restare giovane, senza trovare la giusta quadra. Cose che abbiamo già capito da qualche disco a questa parte. L’ennesima dimostrazione che il fibroga si esalta di più a contatto con sé stesso, lontano dai brillantini, dalle barre divertenti, dal “fibra show” che, pur irriverente e giocoso, non riesce più a brillare come prima. Allora sì che si può dipingere davvero, quadri riflessivi, puntuali, unici. Andrà tutto bene ricalca solitudine, bullismo, revenge porn, suicidio, in un doppio storytelling molto cinematografico, che curiosamente cita Anna e Marco di Lucio Dalla nei nomi dei protagonisti. Mio Padre chiude la “trilogia familiare” presentata in Fenomeno (Nessun Aiuto “dedicata” al fratello Nesli e Ringrazio alla madre), riprendendo un tabù ancora molto spinoso (“Fanculo, papà, quel giorno è giunto, papà, per colpa tua sono cresciuto insicuro, papà, e ora dovrei restare muto perché non sei più qua, come una forma di rispetto e sentirmi in difetto?“). Prospettiva che si ribalta in Figlio, dove Fibra si appella al figlio che mai avrà (“Al figlio che mai avrò, tratta bene le ragazze, ricorda, il karma è importante, non dare mai false speranze, e non sentirti mai costretto a fare ciò che gli altri si aspettano da te”).
Tirando le somme ci accorgiamo che sì questo album ha dei difetti evidenti, delle contraddizioni, dei normalissimi scivoloni, ma riesce a portare avanti il mito di un artista che continua a piacere a tutti senza mai essersi realmente “venduto”. Fabri Fibra ha 48 anni, ha scritto 11 album da solista spalmati in circa 25 anni. Eppure è ancora qui, con la voglia di scrivere, con sassolini da cavarsi, pagine da riempire. Con la capacità non scontata di raggiungere ancora le vette più alte della propria discografia (Vivo, un memory lane ineccepibile e commovente, benedetto dal sample dell’omonimo capolavoro firmato Andrea Laszlo De Simone).
E mentre i puristi non riescono a uscire dal remake di Verso Altri Lidi (pezzo datato ‘99 che finalmente vede la luce sulle piattaforme, pur con base “svecchiata”), Fibra ci vuole dire qualcosa di estremamente attuale. Mentre Los Angeles Brucia noi continuiamo a vivere, tra infanzie di merda, problemi soffocanti, paradisi artificiali, illusioni, e uno slancio vitale tanto urgente quanto complesso. Che dire: “ci vorrebbe una cometa per cancellare tanto male” (Cometa). Vitalità e scazzi, classifiche e cuore, scherzo e terapia. Fibra oscilla, ma fa parte del suo gioco, e lo fa ancora molto bene. Nonostante tutto. Papà è tornato.
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