Recensioni

Ventiquattro anni dopo, nel 2018, Tannen Records ha ripubblicato il vinile di SxM, il capolavoro dei Sangue Misto, con annesso stuolo di polemiche in seguito al crash dovuto all’enorme mole di richieste. Può essere quindi l’occasione per riparlare di un disco che forse troppi giovani ignorano (si potrebbe tirare fuori ancora quella volta che Sfera a Radio Deejay…), e lo scrive uno che è nato nel ’92. SxM è quel disco che se hai un po’ di amore e di interesse storico per il genere che ascolti non puoi sfangare, perché dappertutto scrivono che è seminale e che devi ascoltartelo per essere trve, ma soprattutto perché quando effettivamente ci provi scopri che in realtà è anzitutto un album che è invecchiato benissimo e suona veramente figo anche oggi. Ai tempi dell’uscita peraltro vendette poco o nulla, e lo status di cult assoluto si è stratificato negli anni, più passando attraverso passaparola e masterizzazioni che altro.
Deda e Neffa e Gruff, l’Isola Posse All Stars, Bologna e i centri sociali, l’Isola nel Kantiere, lo studio Dalla eccetera, eccetera. Per tutto questo c’è Wikipedia e siamo tutti capaci di usarla, ma lasciando da parte la lezioncina di storia, questo resta un disco che anche Sfera dovrebbe ascoltarsi. E non per ingraziarsi gli old-schoolers che altrimenti griderebbero al sacrilegio tacciandolo di ignoranza, ma semplicemente perché Senti Come Suona questo disco, ancora oggi. Sicuramente sporco, marcio, con la nebbia dei blunt che è fittissima. La coltre di THC stesa già dall’intro sembra richiamare I Wanna Get High dei Cypress Hill: stessa ruvidezza, stesso rallentamento stoner, un po’ meno di malvagia clowneria. Il campionamento è addirittura di Bitches Brew di Miles Davis, un sample che ritorna anche in Fattanza Blu. Sempre da Davis è ripresa anche Fall in Manca Mone, mentre per il resto spuntano qua e là diverse perle di colorato funk psichedelico: Good Old Music dei Funkadelic per la batteria di La Porra, Sing a Simple Song di Sly e famiglia nella coda de Lo Straniero, Hard Times di Baby Huey (la stessa campionata anche, tra gli altri, da Ice Cube e Ghostface Killah) in Clima di Tensione. In La Parola Chiave troviamo poi quella che è forse LA canzone hip hop più ripresa di tutte, La Di Da Di di Slick Rick e Doug E. Fresh: dall’omaggio di Snoop Dogg in Doggystyle alla strofa di Future in King’s Dead al fianco di Jay Rock e Kendrick Lamar (per la soundtrack di Black Panther). Aggiungiamo poi tutta una serie di autoriprese dello stesso Gruff che rimaneggia pezzi suoi (La Rapadopa, Stammi Lontano, Senti Bene) e dell’Isola Posse All Stars (Passaparola).
Tutto questo per dire che non ci sono solo le canne dietro, ma una selezione musicale raffinata ed eclettica, con campioni stilosi e mai volgari, e una palette bella vasta: si va dagli echi West Coast e ragga di La Parola Chiave all’orgia di scratch nel ritornello della minimale Cani Sciolti; e poi l’acid jazz di Senti Come Suona (con uno splendido solo di sax in coda), il tiro soul-funk di In Dopa con feat. di Soulee B, il liquido evaporare di Fattanza Blu. A livello strofe non c’è solo fattanza e sciallarsela con la ballotta, ma ad esempio ne Lo Straniero arriva un testo che anche a distanza di vent’anni e più, a maggior ragione in questi tempi di rigurgiti destrorsi, suona ancora deprimentemente attuale. Ci sono poi strofe di metamusica (La Parola Chiave, Senti Come Suona), l’antiedonismo di Manca Mone (un po’ all’estremo opposto dell’opulento sfoggio di certa autocelebrazione trap tra pellicce non troppo maschie e denti d’oro), paranoie da bad trip (Piglia Male) e, in generale, un netto rifiuto sia degli stereotipi americani imperanti che dei luoghi comuni da centro sociale tipici di una certa retorica delle posse figlia del tempo. Le rime dei tre sono agili, fluide e divertenti, inserite in un flow che scorre morbido e raffinato e declinate anche attraverso tutta una serie di gerghi e neologismi entrati poi stabilmente nel lessico di ogni buon drogatello che si rispetti (sdruso, trombarduolo, gremare, plasticone, giansugoso). Insomma, (ri)ascoltatelo. È importante, è imprescindibile, è seminale, ma è anche bello e basta.
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