Recensioni

Basta ascoltare la prima traccia de I nomi del diavolo per capire che Kid Yugi non è il solito rapper della Gen Z a cui siamo abituati. L’Anticristo, pezzo che apre il secondo capitolo discografico del rapper tarantino, è un tripudio citazionistico non telefonato, affatto stucchevole, che riassume a pieno i punti essenziali del suo liricismo su un beat classico (scratch compresi) che guarda al futuro.
Volendo esagerare, l’artista potrebbe essere considerato il più forte di tutta la new generation, per un motivo molto semplice: riassume il meglio di tutto ciò che è successo nel rap italiano negli ultimi vent’anni. Il suo approccio è crudo e violento, aspetto che non può che rimandare al TruceKlan di Noyz Narcos (non a caso presente nel disco), alcune barre trasudano il dark del Fibra di Mr.Simpatia, le visioni cinematografiche riportano all’immaginario di Salmo e Nitro, i passaggi più dirty ricordano i Club Dogo prima maniera, mentre gli incastri tecnici Marracash. Ma c’è anche l’ossessione letteraria di Rancore, un certo tipo di impegno sociale tipico dell’hip hop di fine anni Novanta, e tante varianti che si avvicinano (a modo proprio) alla trap.
Insomma, una vera creatura mitologica che ha raccolto una moltitudine di influenze, introiettandole in uno stile personale dove (Dargen docet) non c’è differenza tra aulico e tamarro: le due componenti, che spesso viaggiano in binari distinti e separati, gravitano sulle stesse barre, componendo un ibrido strano quanto irresistibile. Un aspetto che viaggia in parallelo con l’ascesa dello street rap che, come suggerito da Simba La Rue (anche lui presente nel disco), Baby Gang e certificato nel rap show Nuova Scena, sta prendendo sempre più piede.
I nomi del diavolo non è un disco di rottura. L’album si basa sulle classiche e consolidate regole della discografia attuale. C’è ad esempio il concept, niente male a dire la verità, legato alle multiformi sfumature del male (ogni pezzo rappresenta una figura legata all’oscurità), che segue il canovaccio vincente di Tedua: se il genovese attinge alla letteratura dantesca de La Divina Commedia, il nostro pesca Il signore delle mosche di William Golding, con l’obiettivo di dimostrare quanto la malvagità influisca quotidianamente sugli esseri umani, sia nell’individualismo che nella collettività.
C’è poi il classico mucchio selvaggio di featuring, tutti utilizzati per scopi differenti: Eva, condivisa proprio con Tedua e con Junior K (producer che ha curato la maggior parte dei pezzi), ha tutte le carte in regola per fare breccia su Tik Tok; Terre1 con Geolier è un tripudio di realness altrettanto perfetta a livello di posizionamento. Dentro poi anche l’immancabile Sfera Ebbasta (Ex Angelo), Ernia, Tony Boy, Artie 5ive e Papa V.
Ma al netto dell’operazione meramente discografica, buona parte degli episodi contenuti nel disco sono sopra la media. In Lilith – la truce fine di una relazione d’amore – c’è un imprinting che riecheggia il miglior Kaos One con un flow condito da barre dalla grande potenza evocativa tra Polanski («Sognavi un rapper e i main stage, ma casa sembra Carnage») e desiderio di vendetta («Vorrei essere famoso per intasarti l’homepage»).
La violentissima Il Signore delle mosche segue il topòs rap non risparmiandosi punchline scorrettissime e borderline («Io non chiedo scusa, non ammetto le mie colpe, vorrei essere un dittatore per mandarvi tutti alle do…»), mentre Ilva riprende Fume Scure, cult del terroir pugliese firmato da Fido Guido (a cui è affidato il ritornello): un affresco di sconcertante declino che parte dalla controversa storia dell’acciaieria di Taranto fino ad allargare lo spettro descrivendo, nel sottotesto, un mondo senza più nessun futuro.
La chiusura, affidata a Lucifero, è uno statement in crescendo che sprizza colate di urgenza espressiva ma che pone paradossalmente Yugi in una situazione non facile da gestire in ottica futura. Con un semi-debut di questo tipo (forse potremmo considerarlo il vero debutto e non il successore del già ottimo The Globe uscito nel 2022), quanto si potrà alzare ancora l’asticella? Il successo, che certamente arriverà, cambierà le carte in tavola come accaduto ad altri artisti in principio straripanti come Massimo Pericolo? In attesa di risposte, rimaniamo con la certezza che, dopo Geolier, il fenomeno discografico del 2024 viene ancora una volta dal Sud, precisamente da Massafra.
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