Recensioni

Il percorso degli English Teacher è stato esemplare. Formatisi durante la pandemia, dopo l’implosione del gruppo dreampop della cantante Lily Fontaine, del batterista Douglas Frost e del bassista Nicholas Eden, si sono presi tutto il tempo necessario per elaborare un sound che facesse tesoro delle passate esperienze, ma sufficientemente originale da rifuggire l’etichetta “POST-PUNK“, ormai appiccicata a chiunque si ostini a fare musica con chitarra/basso/batteria.
Dal 2021, quando la band di Leeds si è presentata al mondo con il brano R&B (con cui giocava ironicamente con i problemi di identità razziale) ha goduto di un’attenzione cresciuta esponenzialmente dopo la pubblicazione dei successivi singoli, ognuno estremamente diverso dall’altro per atmosfere, sonorità e ispirazione. L’EP Polyawkward, pubblicato nell’aprile del 2023, aveva rafforzato l’idea di trovarsi di fronte ad un gruppo tecnicamente molto preparato, liricamente maturo e fortemente eclettico dal punto di vista delle influenze.
Questo attesissimo This Could Be Texas non si limita a confermare quanto di buono era emerso dall’ascolto dei singoli, ma ci fa capire quanto quelli fossero fuorvianti nello svelarci solo parte dell’ambizioso sound del gruppo. Come se non bastasse, dal 2021 i quattro sono cresciuti come musicisti, arrangiatori e songwriter, tanto che oggi un brano come R&B (reinciso appositamente per l’album) gode di un respiro ancora più ampio.
Ma andiamo con ordine. This Could Be Texas è un album che si svela ad ogni ascolto; non è né facilmente classificabile né sospettabile di essere stato composto per essere rapidamente digerito. Se singoli come Nearly Daffodils e The World’s Biggest Paving Slab ci avevano mostravano l’aspetto più lineare, dinamico ed elettrico del gruppo, il resto dei brani nascono principalmente come piano ballad “sui generis“, per crescere spinti da un afflato cameristico minimalista, con brevi fraseggi che si ripetono a creare pattern ritmici su cui la Fontaine può esibire le doti di chanteuse versatile e consapevole.
È quello che avviene sulle delicate note dell’iniziale Albatross e su Mastermind Specialist, il cui crescendo asseconda l’emozionante interpretazione della ragazza e in cui i momenti più concitati sono accompagnati di un uso contundente di archi e fiati. Su Broken Bisquits e I’m Not Crying, You’re Criyng, la sensazione che i ragazzi abbiano mandato a memoria la lezione di Philip Glass (senza che la cosa suoni ridicola) è rafforzata dal nervosismo e dalla spigolosità dell’arrangiamento acustico.
La title track è il brano che meglio rappresenta lo spirito dell’album: qui il pianoforte e la poesia della Fontaine guidano un’orchestrazione minimale, che si increspa e si inpenna, seguendo le anse e avvallamenti emotivi. Siamo di fronte ad un math pop che profuma già di classico, ma che ancora non dice l’ultima parola sulla natura multiforme di questo lavoro.
Not Everybody Gets to Go to Space torna ad un formato di rock circolare, meditabondo e psichedelico che guarda ai Radiohead di Ok Computer senza complessi di inferiorità. The Best Tears of Your Life si contamina con sonorità urban (non solo per l’autotune che fa capolino più per vezzo che per necessità) e gode di una delle melodie più avvincenti del lotto.
L’ultimo terzetto di brani ha una natura più sommessa che funge da palcoscenico per il conturbante romanticismo della Fontaine, specie quella Sideboob in cui la sua voce, circonfusa una densa soluzione di archi ed elettronica, evoca una versione in cinemascope dei Tame Impala.
Ci sarebbe ancora molto su cui speculare, a partire dalla maturità di testi che analizzano la banalità del quotidiano ma che finiscono per toccare temi più profondi, intimi e politici. La verità è che il miglior servizio che si possa fare ad un album come questo è rilevare come finisca per suonare magnificamente “imperfetto”: l’istantanea di una band in rapida evoluzione ma per la quale, già da adesso, si può intravedere un futuro artisticamente scintillante.
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