Recensioni

Nella cultura celtica il cervo era il simbolo di rinascita e del corso del tempo; il rinnovamento del suo palco sanciva la rappresentazione di un ciclo continuo di crescita e decadenza. La sua dannazione era perciò una maledizione, un’interruzione del sacro legame tra l’essere umano e la natura. Ma, andando a fondo nell’etimologia dell’espressione skinty fia, si scopre che quest’ultima parola, oltre a significare cervo, ha una seconda accezione legata ad alcuni termini tra cui territorio e uggioso. Entrambi descrivono in maniera piuttosto esaustiva il terzo album dei Fontaines Dc.
Skinty Fia è territoriale, in quanto scava nell’irishness in direzione esterna (la considerazione che gli inglesi hanno degli irlandesi) e interna (cosa significa per un irlandese confrontarsi con luci e ombre del suo paese). Allo stesso tempo, l’album porta con sé il sapore della pioggia di Dublino – quella città che sotto l’acquazzone di Big era tutta di Chatten – e della Manchester tradotta in suono da Stone Roses e Oasis e, prima ancora, da Joy Division e Fall, senza tralasciare il romanticismo decadente degli Smiths.
Carlos O’Connell ci ha raccontato in queste pagine come siano gli “spazi” nel sound dei Fontaines Dc a determinare la possibilità di solcare nuove lande sonore, che in questo momento per la band significa principalmente innestare un’elettronica muscolare a metà tra Nine Inch Nails e Death In Vegas nel post punk di Dogrel, già impreziosito in A Hero’s Death dalla psichedelia e da un’inquietante introspezione. A tutto questo bisogna aggiungere l’ambizione («my childhood was small but I wanna be big» è il primo ritornello del loro debutto) che, a furia di ascoltare i conterranei U2, è diventata parte del Dna di questa band.
Sotto molti punti di vista, Skinty Fia è l’ennesima riprova del talento di questi cinque giovani irlandesi e, soprattutto, la testimonianza dell’impressionante crescita artistica maturata attraverso tre dischi in altrettanti anni. Rallentare la velocità non è mai stato così potente: I Love You è lontana anni luce dal rock n’ roll euforico degli esordi, ma ugualmente incisiva e tremendamente devastante. Lo è anche l’inizio liturgico affidato al coro di In ár gCroíthe go deo, un brano in cui l’entrata della batteria e una variazione di accordi infondono redenzione. Se Jackie Down The Line sembra giocare con le atmosfere dei Nirvana, in Bloomsday l’emotività è straziante. Ma, con tutta probabilità, i momenti più incisivi (che fanno da contraltare a quelli catartici appena menzionai) coincidono con la distruttiva Skinty Fia, una nenia ipnotica e violenta, e la vorticosa e brutale Nabokov, che chiude un disco onirico e drammatico, capace di rispolverare l’organetto tradizionale irlandese in quella che sembra un’improvvisata The Couple Across The Way.
Al di là dei riferimenti, i punti di forza del quintetto irlandese sono tutti sul tavolo – lo erano sin dagli esordi – e coincidono con un apparato rock ‘classico’, basato su brani suonati alla vecchia maniera, che lambisce il pop melodico, con testi catartici e una voce che, vuoi anche per l’accento, sa trasmettere emozioni sia quando si lascia cadere nelle profondità baritonali, sia nei momenti in cui si alza di scatto in tutta la sfrontatezza di un Gallagher che ha il mondo in mano. La chiave di tutto sono i brani, concepiti come flussi esoterici più che strutture modellate su sezioni: ecco perché stasi, ripartenze, climax e variazioni rendono vivide le sculture sonore concepite dalla band.
I giovani irlandesi stanno vivendo uno stato di grazia, condizione vissuta sia in studio sia sul palco. Chi ha avuto la fortuna di vederli live all’Alcatraz di Milano può dirsi testimone della densità che la loro musica riesce a raggiungere, così come della dimensione in cui la band si sente a proprio agio, riuscendo a far convivere nel suo repertorio l’energia di Boys in the Better Land e l’estasi di I Don’t Belong, l’estemporanea Sha Sha Sha e la eternale A Lucid Dream. Skinty Fia è un ulteriore passo in avanti di un gruppo che fin qui non ha sbagliato nulla e che, per background biografico e sonoro, è perfetto per fare quel salto dall’indie al mainstream che solo alcuni artisti hanno affrontato con dignità e disinvoltura.
I Fontaines Dc sono attualmente la migliore band in circolazione, non perché ce lo dicono la stampa e i sold out, ma perché ascoltarli e vederli dal vivo vuol dire vivere un’esperienza intensa in cui lasciarsi andare alle loro parole e ai loro suoni. In questi anni di crisi sociale, politica ed economica è un lusso che vale la pena concedersi.
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